De André: un libro tedesco (ma scritto da un italiano) racconta l’essenza della sua libertà e l’influenza di Max Stirner e Nietzsche

Alessandro Bellardita ha scritto un interessantissimo saggio sulla filosofia di Faber. Si intitola Fabrizio de André – die Essenz der Freiheit” ed è per noi l’occasione per scoprire il rapporto tra il cantautore genovese e la Germania

«A diciannove anni, dopo aver affrontato alcuni classici dell’anarchia, Fabrizio de André legge “L’unico e la sua proprietà”, pubblicato nel 1845 dal filosofo Johann Caspar Schmidt, noto meglio come Max Stirner. De André ne rimase colpito tanto da cominciare a definirsi anarchico individualista. L’idea di libertà di de André è totale: la libertà esiste aldilà dello schema classico cittadino-Stato, ovvero libertà da una parte e potere dall’altra, non presuppone uno Stato, non ha bisogno di un potere che la difende. La sua essenza sta nell’individuale progetto di vita, nella realizzazione del proprio desiderio, fuoriuscendo dagli schemi dettati dalla tradizione, dalla morale e soprattutto dalle religioni. Questo concetto libertario lo troviamo in molte sue canzoni, soprattutto in “Bocca di Rosa” e  “La cattiva strada”. In questo de André è molto vicino anche ad altri grandi pensatori tedeschi, come ad esempio Friedrich Nietzsche». A raccontarcelo è Alessandro Bellardita, classe 1982, originario di Modica (Ragusa), ma cresciuto a Karlsruhe, autore di “Fabrizio de André – die Essenz der Freiheit” (trad. L’essenza della libertà) libro recentemente pubblicato da Tredition. «“Fabrizio de André – die Essenz der Freiheit”. È il tentativo di portare un pezzo di patrimonio della nostra cultura in un paese che, fortunatamente, ama l’Italia. De André in Germania lo conoscono soprattutto i tedeschi che hanno fatto parte del movimento studentesco, dal ’68 in poi, specialmente quelli che, per un motivo o l’altro, hanno trascorso qualche periodo in Italia. Giusto per fare un esempio: gli scrittori Thommie Beyer e Uwe Timm spesso citano le canzoni di Faber nei loro romanzi. Il cantautore tedesco Reinhard Mey, addirittura, ha cantato Sally in italiano, scritta da De André nel 1978 e pubblicata nell’album Rimini» 

Fabrizio de André – die Essenz der Freiheit, la genesi del libro

Studi (fino al dottorato) in giurisprudenza all’università di Mannheim, al momento è giudice penale a Karlsruhe e docente universitario presso la Hochschule für Rechtspflege a Schwetzingen. Parallelamente al lavoro in magistratura, Alessandro Bellardita mantiene la passione per la scrittura, sia collaborando per testate giornalistiche italiane e tedesche che con la narrativa come dimostra la prossima uscita del suo primo romanzo. «Ho ascoltato le prime canzoni di de André a 18 anni per puro caso, subito dopo che appresi la notizia della sua morte, incuriosito dalle notizie che sentivo in tv e dalle dichiarazioni di alcuni intellettuali che lo citavano. Poi, nel 2001, all’università di Mannheim, tre ragazzi italiani si esibirono cantando canzoni di De Gregori, Dalla, Guccini e, appunto, de André: da quella sera in poi io e Fabrizio non ci siamo più lasciati. I suoi testi sono formidabili, superano l’immaginabile e, sempre rispettando la metrica, Faber riusciva a trovare la parola perfetta per esprimere un’idea e collocarla al posto giusto, superando il limite logico della parola stessa. De André, così facendo, è riuscito a rivoluzionare la musica italiana. Con lui la critica non poteva più sostenere che si trattasse solo di canzonette. Nel 2019, in occasione dei vent’anni dopo la morte di Fabrizio de André, insieme all’associazione Amitalia e. V. di Aurelio Marrelli, abbiamo organizzato in molte città del Baden-Württemberg concerti, portando in Germania due cover-band. Dopo i concerti che presentavo raccontando qualche aneddoto relativo alla vita di Faber, la gente mi chiedeva se ci fosse un libro da leggere sul cantautore genovese. Non c’era nulla. e così che ho così deciso di scrivere il mio libro». 

Fabrizio De André e la Germania, dall’equivoco Andrea al tour del 1982

«La sua canzone in assoluto più conosciuta qui è “Andrea”. “Andrea” narra di un soldato omosessuale, che per pura disperazione a causa della morte del suo compagno, si toglie la vita. Questa canzone, considerando il fatto che Andrea in Germania è un nome femminile, ebbe successo perché molti tedeschi pensavano che si trattasse di una canzonetta d’amore dedicata, appunto, ad una donna di nome Andrea. L’album Rimini, che conteneva “Andrea”, ebbe in Germania un discreto successo: de André vendette circa 800mila copie. Da quell’album in poi, siamo alla fine degli anni settanta, la discografia di Faber è anche tedesca, ogni album viene pubblicato parallelamente in Austria, in Svizzera e in Germania. Nell’aprile 1982 Faber si esibì infatti anche in sette città tedesche, tra le quali Stoccarda, Francoforte e Mannheim. Proprio con Mannheim lo legava un aneddoto che riguardava suo zio, Francesco Amerio» .

Faber e la storia dello zio Francesco Amerio deportato in Germania dai nazisti

«Nell’estate 1945 – la famiglia de André si trovava a Revignano d’Asti per fuggire dalla quotidianità atroce della guerra nella città di Genova –, in una giornata di sole, mentre la madre di Fabrizio era intenta in alcune faccende domestiche, sentì delle grida riecheggiare per la valle. Si precipitò nel cortile e insieme alle nonne cercò di capire cosa stesse succedendo. Sceso da un treno a San Damiano, seduto sul ciglio di un fosso, trovarono Francesco Amerio, fratello della madre di Faber. Era ritornato da un campo di concentramento che si trovava a Mannheim: era diventato una larva, pesava appena trentacinque chili. Artigliere alpino, era stato catturato dai tedeschi in Albania due anni prima. Fabrizio, ancora un bambino, insieme a suo fratello maggiore Mauro, stuzzicarono nei giorni seguenti lo zio, cercando di sapere qualcosa di quella terribile esperienza. Lo zio raccontò loro della fame, delle bucce di patata, del torso di cavolo che mangiava per sopravvivere e, infine, dell’esperienza più terrificante: quando, in fila per entrare nel forno crematorio, si era salvato perché il turno delle guardie era appena finito. Vicende che lo minarono per sempre: tutto ciò, probabilmente, ha fatto sì che de André scrisse le più celebri canzoni contro la guerra, come “La ballata dell’eroe”, “Fiume Sand Creek” e, appunto, “La guerra di Piero”. In Germania, infatti, la stampa lo presentava come il “Leonard Cohen italiano”».

De André che parla di Germania

«Capita in due occasioni: la prima riguarda proprio la vicenda dello zio Francesco. Durante in un’intervista a Luigi Viva il 17 agosto del 1992 De André affermò: “Di questa esperienza terribile di due anni a Mannheim ci ha raccontato pochissimo, bisognava tirarglielo fuori con le tenaglie, non voleva parlarne, era chiuso come un cassetto ammuffito. Comunque quelle poche cose che gli sono uscite dalla bocca, magari con l’aiuto di un po’ di vino, erano proprio terribili. Fui colpito in maniera particolare anche dal fatto che lui partì che era un ragazzo in gamba e tornò completamente afflosciato nella volontà e nell’ambizione”. Quando il 23 aprile 1982 de André si trovò in concerto Mannheim chiese allo staff di portarlo lì dove avrebbe dovuto esserci l’Arbeitslager dove era stato imprigionato lo zio rimanendo deluso quando scoprì che non ne era rimasto neanche un sasso dedicato alla memoria.  La seconda occasione riguarda una frase nel testo della straordinaria canzone “La domenica delle salme”, dove de André fa riferimento alla “scimmia del Quarto Reich” che “ballava la polka sopra il muro”. De André spiega questo versetto in un’intervista ad Alfredo Franchini: “Sono molto preoccupato, in Germania est ci sono state violazioni di tombe ebraiche ed è una cosa che si sta diffondendo in tutta Europa; mi sembra un rigurgito nazista”. Insomma, de André, in “La domenica delle salme” ha un momento d’illuminazione profetica, come capita d’esprimere ai grandi poeti che, diceva Bergson, “riescono a vedere oltre la nebbia”. Riletta col senno di poi, con l’occhio attento alla cronaca di oggi, potrebbe essere un ritratto non tanto dell’Italia a cavallo tra gli anni 80 e 90, ma dell’intera Europa in cui stiamo vivendo, un’Europa in quale il linguaggio politico si sta facendo sempre più rude e la destra populista è in ascesa». 

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Leggi anche De André e la Germania, come lo Spiegel annunciò la sua morte nel 1999

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