Destini di donne nella Germania nazionalsocialista, il libro (italiano) sulla violenza patriarcale del Terzo Reich

Destini di donne nella Germania nazionalsocialista a firma di Vincenzo De Lucia getta luce sul feroce sessismo della società nazista.

Donne semplici, donne contadine, donne dalle famiglie sfasciate da fame e miseria. Accusate di aver macchiato l’onore tedesco a causa di amicizie o relazioni con prigionieri di guerra e lavoratori stranieri. Costrette alla prostituzione nei bordelli dell’esercito e delle SS. Deportate ad Auschwitz eppure capaci di preservare la loro umanità rifiutando ogni collaborazione con il regime e offrendo amicizia e solidarietà ai più deboli. L’avvincente e documentato libro di De Lucia, articolato in quattordici capitoli, racconta con cognizione di causa la multiforme violenza perpetrata dal Terzo Reich nei confronti delle donne tedesche, che furono ridotte al ruolo di Gebärmaschinen (macchine per la riproduzione), di madri silenziose e mogli ubbidienti.

Il ruolo della donna nella società nazista

Per una società come quella tedesca, dove le donne avevano già conquistato il diritto di voto attivo e passivo e agli albori della Repubblica di Weimar già esprimevano 41 deputate in parlamento, ritornare alla concezione patriarcale della donna “angelo del focolare” costituì un tragico regresso. Il Partito Nazionalsocialista si dedicò con scientifica meticolosità a questa operazione escludendo le donne dalla direzione del partito e privandole del diritto di voto attivo e passivo. La donna – questo l’obiettivo del NSDAP – andava ricacciata tra le quattro mura domestiche a fare figli per la nazione. In un discorso dell’8 settembre 1934, riportato da De Lucia, Adolf Hitler definì molto chiaramente quale dovesse essere il ruolo della donna nella Volksgemeinschaft nazista: «Il termine emancipazione delle donne è una pura invenzione dell’intelletto ebraico. La donna tedesca non ha bisogno in questi tempi veramente buoni di emanciparsi […]. Non troviamo giusto che la donna s’immischi in settori che spettano agli uomini, bensì troviamo naturale che i mondi degli uomini e delle donne rimangano separati». In un tale contesto, la donne erano viste esclusivamente come macchine per procreare e custodi della razza ariana, tant’è che la massima onorificenza a loro dedicata fu il Mutterkreuz, la Croce d’onore per le madri tedesche: di bronzo con quattro o cinque figli, d’argento con sei o sette figli, d’oro con otto o più figli, che dovevano essere tutti sani e di puro sangue tedesco. Hitler istituì l’onorificenza nel 1938; la prima a riceverla fu Magda Goebbels, moglie del ministro della propaganda.

Una donna tedesca insignita dell’onorificenza Mutterkreuz. Fonte: Bildarchiv Preußischer Kulturbesitz

Le leggi razziali

Onorate come madri prolifiche e mogli obbedienti, le donne venivano punite senza pietà dai nazionalsocialisti se considerati profanatrici della razza ariana. Il diritto nazista codificò il Rassenschande, l’oltraggio alla razza, con le leggi di Norimberga. In particolare il Blutschutzgesetz, la legge per la protezione del sangue e dell’onore tedesco del 15 settembre 1935, vietava matrimoni tra ebrei e cittadini di sangue tedesco. Le leggi razziali di Norimberga non prevedevano solo il divieto di contrarre matrimonio tra persone di razze diverse, ma facevano espressamente riferimento anche ai rapporti extraconiugali. Si aprivano le porte a indagini sulla vita privata delle persone e alla delazione. L’atto sessuale tra persone di razza diversa diventava un reato e, anzi, erano passibili di pena anche rapporti di amicizia tra le minderwertige Rassen, le razze ritenute inferiori, e i cittadini di sangue tedesco. Il decreto per la protezione e la difesa del popolo tedesco (novembre 1939) fu un’ulteriore misura di politica razziale. Si vietavano alle donne tedesche relazioni con stranieri. Questa misura fu rafforzata nel marzo del 1940 con i Polen-Erlasse, nei quali si specificava che i polacchi sarebbero stati condannati a morte se avessero avuto relazioni con donne tedesche, mentre si prevedevano severe pene per quest’ultime. Pochi e vaghi, invece, erano i riferimenti ai rapporti sessuali degli uomini tedeschi con donne straniere.

L’opposizione silenziosa delle asoziale Frauen 

Nonostante la ferrea legislazione e il concreto rischio per la propria sopravvivenza, migliaia di donne tedesche disobbedirono ai diktat nazisti e, con piccoli gesti quotidiani di solidarietà, di affetto, di amicizia, misero in atto una silenziosa resistenza al regime. In un mondo dove non si voleva ci fosse spazio per l’umanità, scrive De Lucia, queste donne continuavano ad amare. Naturalmente, che ci fossero donne che aderivano alla resistenza, che davano una mano alle loro amiche ebree, che si baciavano con gli Untermenschen, gli inferiori esclusi dalla razza ariana, erano tutte infamie intollerabili per il Reich. In un clima di delazione e di inquisizione, migliaia di donne tedesche furono bollate come asoziale Frauen. Le “asociali”, considerate una minaccia per i valori delle sane famiglie tedesche, ricevevano un triangolo nero da cucire sulla divisa. Talvolta si trattava di donne provenienti dagli strati sociali indigenti della popolazione: senzatetto, alcoliste, ragazze incapaci di conformarsi alle norme imposte dal regime: in ogni caso tutte furono etichettate come dannose per il Volk tedesco. Alle donne che tradivano la patria veniva imposta la rasatura dei capelli in pubblica piazza e al loro collo si appendevano cartelli infamanti come «ich habe die deutsche Frauenehre beschmutzt» (ho macchiato l’onore delle donne tedesche), oppure «ich bin aus der Volksgemeinschaft ausgestoßen (sono espulsa dalla comunità di popolo). Nel peggiore dei casi, le “asociali” finivano nel campo di concentramento femminile di Ravensbrück.

Schiave sessuali delle SS

Tra le donne considerate asozial vi erano anche le prostitute. Alcune si vendevano nel tentativo di sopravvivere in tempi di miseria nera; altre venivano costrette al mestiere per soddisfare le SS di Himmler. «Basti leggere» – scrive la germanista Rosalba Maletta nella sua bella prefazione all’opera di De Lucia – «le storie della Signora B. e della Signora D., che l’autore pone a suggello della prima parte del libro. Donne che guardarono l’orrore negli occhi divenendo schiave sessuali dei nazisti e che, finita la guerra, non ricevettero alcun risarcimento. Molte non lo richiesero, permanendo in loro il marchio dell’infamia imposto dal Reich, che le voleva ridotte a oggetti di piacere per soddisfare ogni perversione di uomini galvanizzati dal fanatismo dell’obbedienza e della disciplina».

Le storie di Rosa e Zosia

Dopo aver descritto l’orrore, nella seconda parte del suo libro De Lucia racconta anche storie che – pur nell’apparente sconfitta – racchiudono gocce di speranza. Storie di intimo riscatto  come quella di Rosa Trettin, figlia dell’amore tra una donna tedesca e un lavoratore polacco, poi scoperto e impiccato. Derisa sin da bambina con l’appellativo dispregiativo “die Polacke”, Rosa saprà tutta la verità solo cinquant’anni dopo. O storie di silenzioso eroismo come quella di Zosia Jachimczak, giovanissima musicista polacca che, deportata ad Auschwitz, si rifiutò di suonare nella macabra orchestra che accompagnava i detenuti a morire nelle camere a gas, e pagò il suo gesto con la vita. «A comporre Destini di donne nella Germania nazionalsocialista», sintetizza Rosalba Maletta, «sono vite minute; gesti minimi narrati per e-ducare il lettore contemporaneo. Alla lettera fare in modo che la pagina scritta solleciti l’attenzione, susciti l’interesse per tante esistenze soffocate e dimenticate. Solo così possiamo augurarci che queste divengano motivo di riflessione per la nostra contemporaneità e siano di monito per la costruzione di un futuro differente».

Vincenzo De Lucia, l’autore

Vincenzo De Lucia ha insegnato Lingua e Letteratura tedesca al liceo Guacci di Benevento. Relatore in diversi convegni internazionali presso le Università di Lipsia, Amsterdam e Bratislava, ha collaborato nel 2003 con il Museum Europäischer Kulturen di Berlino. Si è occupato di problematiche interculturali come ricercatore dell’A.N.S.A.S (ente di ricerca del MIUR) e ha tradotto dal tedesco opere letterarie. È autore della raccolta di racconti La scelta (Midgard Editrice). Nel 2016 ha pubblicato la guida storico-letteraria sulla capitale tedesca A spasso per Berlino, e nel 2019 Contro Verso, storie di resistenza alla barbarie nazista.

Destini di donne nella Germania nazionalsocialista

di Vincenzo De Lucia

Casa editrice: Spring Edizioni

Prezzo di copertina: 16,00 €

Acquistabile a 13,60 € su Spring Edizioni

Immagine di copertina: tre donne “asociali” vengono umiliate in pubblico con la rasatura dei capelli e con cartelli recanti la scritta: «Espulsa dalla comunità di popolo» (screenshot dal libro).

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