Gisella Perl, la dottoressa ebrea prigioniera a Auschwitz che salvò centinaia di vite

Ha vissuto un inferno indicibile. In qualità di detenuta e medico femminile capo ad Auschwitz, la dottoressa Gisella Perl ha salvato centinaia di vite

Già in giovane età, Gisella Perl si era dimostrata fin da subito una promessa accademica: all’età di 16 anni era l’unica donna – e l’unica ebrea – a essersi diplomata alla scuola secondaria. Aveva grandi aspirazioni accademiche e chiese al padre di iscriversi alla facoltà di medicina. Suo padre era titubante, non voleva che sua figlia perdesse la fede e abbandonasse il giudaismo ma lei non cedette. In un’intervista del 1982 con il New York Times, Perl raccontò di essere tornata da suo padre mesi dopo, questa volta con in mano un libro di preghiere che il genitore le aveva regalato: «Giuro su questo libro che dovunque la vita mi porterà, in qualunque circostanza, rimarrò sempre una buona, vera ebrea». Suo padre acconsentì e anni dopo, quando fu pagata dal suo primo paziente, lei gli comprò un libro di preghiere con il suo nome inciso sopra. Nel 1944, la dottoressa Perl lavorava come ginecologa, aveva appena sposato un chirurgo e viveva in un ghetto ebraico con la sua famiglia in Ungheria. Nel marzo di quello stesso anno, la dottoressa e suo marito, il figlio, i genitori e altri membri della sua famiglia furono mandati ad Auschwitz, dove furono immediatamente separati. Solo la sua giovane figlia era stata precedentemente nascosta presso una famiglia non ebrea. Nel campo di concentramento il dottor Joseph Mengele, il medico di Auschwitz, incaricò Perl di lavorare in ospedale.

La vita nel campo di concentramento

La dottoressa Perl ha ricordato che all’inizio i suoi incarichi erano abbastanza semplici: «Ho dovuto fasciare teste insanguinate, curare le costole rotte e pulire le ferite». Ben presto, tuttavia, i suoi compiti divennero più ardui. Le fu ordinato di informare il Dr. Mengele, noto come l’Angelo della Morte, di tutte le donne incinte all’interno del campo. Lui diceva a queste donne che sarebbero state mandate in un campo diverso, dove avrebbero ricevuto una migliore nutrizione. Perl ha riportato nella sua intervista con il New York Times che «le donne cominciarono a correre direttamente da lui, dicendogli: ‘Sono incinta’». Presto, però, realizzò che la verità era un’altra. Quelle donne, «furono tutte portate al blocco di ricerca per essere usate come cavie». In quel momento decise che non ci sarebbe mai stata un’altra donna incinta ad Auschwitz. Non le furono date medicine, strumenti medici o addestramento e si trovò del tutto impreparata per il lavoro moralmente impegnativo che avrebbe dovuto svolgere.

 

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All’interno dei campi il sesso era visto anche come ‘merce di scambio’. La stessa dottoressa Perl fu costretta a vendere il suo corpo in cambio di un paio di scarpe

Sebbene la maggior parte degli atti sessuali ad Auschwitz non fossero consensuali, a volte il sesso veniva usato come merce in cambio di beni e oggetti. Al suo arrivo, alla dottoressa Perl vennero date scarpe da uomo troppo grandi per lei. Aveva bisogno di un pezzo di spago per stringerle e seppe di un prigioniero maschio che aveva una corda. Gli portò la sua razione di pane come scambio ma lui non era interessato al cibo; la guardò dall’alto in basso e chiese il suo corpo. Lei era disgustata ma sapeva che per sopravvivere aveva bisogno di scarpe che la portassero da e verso il lavoro: era una questione di vita o di morte. Quando la dottoressa Perl veniva a sapere di una prigioniera in stato interessante, spiegava alle future madri la situazione: se le SS avessero saputo che una di loro era incinta, la sua vita – e quella del bambino non ancora nato – sarebbe finita. Eseguiva aborti e interrompeva gravidanze nel cuore della notte a mani nude (senza strumenti, anestesia, bende o antibiotici) sui pavimenti sporchi e sulle cuccette delle baracche. A parte gli interventi chirurgici eseguiti sulle donne incinte, la dottoressa Perl medicava le ferite che le SS infliggevano al seno delle donne con percosse e fruste e di notte curava anche le donne che soffrivano di altre patologie. Ha raccontato nella sua autobiografia “Ero un dottore ad Auschwitz”, che aveva «curato i pazienti con la mia voce, raccontando loro storie bellissime, dicendo loro che un giorno avremmo festeggiato di nuovo i compleanni, che un giorno avremmo cantato di nuovo».

Dopo la guerra la dottoressa Perl si trasferì negli Stati Uniti dove continuò la sua attività di medico

Nel 1945, mentre le truppe russe si avvicinavano, i tedeschi iniziarono a chiudere frettolosamente le camere a gas e i campi di concentramento. La dottoressa Perl fu trasferita in un campo vicino ad Amburgo e due mesi dopo a Bergen-Berlsen. Quando la guerra finì e il campo fu liberato, Perl passò mesi interi a cercare la sua famiglia. Sebbene sia stata in grado di salvare innumerevoli vite ad Auschwitz, è stata l’unica sopravvissuta della sua famiglia e solo in seguito avrebbe scoperto che anche sua figlia era sopravvissuta. La colpa, il dolore e il fardello dei ricordi dell’Olocausto gravavano pesantemente sulla dottoressa Perl, portandola a un tentativo di suicidio nel 1947. Sopravvisse e più tardi quell’anno raggiunse gli Stati Uniti per parlare con medici e altri professionisti in qualità di ambasciatrice dei 6 milioni di persone rimaste uccise nell’Olocausto. Durante quell’evento Eleanor Roosevelt la invitò a pranzo, Perl inizialmente rifiutò poiché non era kosher, ovvero conforme alle regole alimentari dell’ebraismo ma la Roosevelt insistette e le offrì un pranzo kosher, incoraggiandola anche a ricominciare a praticare la professione: “Smettila di torturarti, diventa di nuovo un medico,” consigliò Eleanor. Perl ottenne la cittadinanza statunitense nel 1951, si trasferì a New York e iniziò la sua carriera lavorando all’ospedale Mount Sinai, specializzandosi in cure contro l’ infertilità, per poi aprire un suo studio sulla Park Avenue.  Ha lavorato per 43 anni, aiutando a dare alla luce circa 3.000 bambini in salute.

Successivamente si trasferì in Israele per mantenere una promessa che aveva fatto nel 1944

Nel 1979, la dottoressa Perl si trasferì a Herzliya, in Israele, per stare con sua figlia e suo nipote e per adempiere a un voto che aveva fatto nel 1944. «Dopo quattro giorni nel carro bestiame che ci ha portato ad Auschwitz, improvvisamente gli ufficiali delle SS hanno aperto la porta, e dei prigionieri in pigiama a righe ci buttarono fuori. Mio padre e mio marito mi abbracciarono dicendo: “Ci incontreremo un giorno a Gerusalemme”». Oggi, la dottoressa Perl viene spesso definita l’ “angelo di Auschwitz”, sia per il suo lavoro con le future mamme che con i pazienti ospedalieri. Nel 1948 scrisse un libro sulle sue esperienze intitolato Ero un dottore ad Auschwitz, che fu uno dei primi (e unici) libri a discutere apertamente della violenza sessuale che le donne subirono durante l’Olocausto. Gisella Perl è deceduta il 16 dicembre 1988, all’età di 88 anni.

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Immagine di copertina: Auschwitz da Pixycc0

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