La storia delle delle due navi romane antiche sul lago di Nemi bruciate dai tedeschi nel 1944

Le due gigantesche navi romane furono trovate in un laghetto a sud di Roma e poi distrutte dai soldati tedeschi

A pochi chilometri da Roma sorge Nemi, affacciata sull’omonimo lago. Si tratta di uno specchio d’acqua poco profondo, dalla superficie di soli 1,67km². Nell’antichità era noto per il santuario di Diana, di cui oggi sono ancora visibili i ruderi, ma oggi è conosciuto soprattutto per le navi romane che furono recuperate dai suoi fondali in epoca fascista. Le operazioni di salvataggio richiedettero enormi sforzi da parte di una commissione di ingegneri, architetti e storici dell’arte e furono seguite con interesse persino da Benito Mussolini. Nella notte tra il 31 maggio e il 1 giugno 1944, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, un terribile incendio ridusse in cenere le navi e il museo dove erano conservate, sotto circostanze mai del tutto chiarite. Secondo il sindaco di Nemi Alberto Bertucci, invece, non ci sono dubbi: i colpevoli furono i soldati tedeschi. Secondo Bertucci, infatti la distruzione delle navi non fu un incidente, bensì un “consapevole gesto di sfregio”. Per questo ha chiesto alla Germania un risarcimento economico, che dovrebbe finanziare la ricostruzione delle navi di Caligola in scala 1:1. Nel frattempo ciò che rimane nel museo, oltre ad alcuni reperti che si sono salvati miracolosamente, è un grande spazio vuoto, forse a ricordare al visitatore di quel patrimonio culturale ormai irrecuperabile.

Da secoli gli abitanti di Nemi raccontavano di un tesoro nascosto in fondo al lago

I vascelli furono recuperati negli anni ’30, ma era da secoli che si sospettava della presenza di un qualche tesoro nascosto nelle profondità del lago: già durante il Rinascimento i pescatori della zona trovavano strani pezzi di legno impigliati nelle loro reti, frammenti di reperti provenienti da chissà dove. Questi misteriosi ritrovamenti risvegliarono la curiosità del Signore di Nemi, Prospero Colonna, che chiamò l’architetto e umanista Leon Battista Alberti per esplorare i fondali del lago. Trovarono così conferma le storie narrate dai pescatori, che avevano effettivamente un fondo di verità: il tesoro c’era davvero, ed era un enorme relitto di epoca romana. Si tentò di riportarlo a galla trascinandolo con arpioni e uncini, ma ciò non fu abbastanza per smuoverlo e, anzi, lo danneggiò solamente.
Ma l’interesse verso il lago di Nemi non finì qui. Nel 1535 fu l’architetto Francesco De Marchi a tentare di esplorarlo, facendo uso di una rudimentale campana subacquea di legno e vetro per calarsi personalmente in acqua. L’istrumento, come viene chiamato da De Marchi nei suoi resoconti, permetteva addirittura il ricambio dell’aria attraverso due tubi, per mezzo di un meccanismo che fu mantenuto segreto. L’esploratore cercò di cingere il vascello con delle corde, nella speranza di poterlo riportare in superficie grazie allo sforzo di molti argani. Purtroppo anche questa operazione fallì, lo stesso De Marchi subì delle ferite per la fatica. Tuttavia riuscì a effettuare una stima delle reali dimensioni dell’imbarcazione: era lunga 64m e larga 20, una grandezza spropositata rispetto a quella del piccolo lago di Nemi. Dopo l’impresa di De Marchi, dovettero passare altri 300 anni prima di altri tentativi.

Ricostruzione artistica di una delle due navi di Nemi, 1906
©American Scientific Magazine

Nell’800 fu scoperta una seconda nave e numerosi reperti

Nel 1827 un nobile locale, Annesio Fusconi, esplorò il relitto immergendosi con una campana di Halley. Asportò molti materiali preziosi dalla nave, che al tempo si pensava appartenesse all’imperatore romano Tiberio: marmi, laterizi, chiodi e frammenti di legno. Dopo di lui, fu la potente famiglia Orsini a interessarsi al caso e nel 1895 strinse un accordo con il Regno di Italia per scandagliare i fondali del lago impiegando dei palombari. Inoltre, a pochi mesi da queste prime ricerche, fu individuato lo scafo di una seconda nave, molto più grande e maestosa della prima. Da essa furono estratte tegole in rame, frammenti di marmi e metalli e persino la testata di una trave decorata con il bassorilievo di un braccio e una mano.  La scoperta più sensazionale fu però quella di alcune fistole di piombo che riportavano il nome di Caligola: diventò dunque chiaro che le due imbarcazioni furono costruite da questo imperatore, inviso alla classe senatoria, che organizzò un colpo di stato per farlo fuori. Dopo la sua morte, Caligola fu addirittura condannato alla damnatio memoriae, una pena che consisteva nella cancellazione di qualsiasi traccia della sua esistenza. Si pensa che sia per questo che i due vascelli fossero stati affondati nel lago di Nemi.
In ogni caso, l’ operazione non ebbe successo nell’estrarre i vascelli dalle acque, ma in compenso furono portati alla luce numerosi artefatti, molti dei quali furono acquistati dal Museo Nazionale Romano. Altri finirono al British Museum, a Berlino o all’Hermitage, altri ancora furono distrutti per sempre: è il caso delle numerose travi lignee depositate sulla terraferma per essere ricomposte e studiate, che purtroppo marcirono e furono così date alle fiamme. Di conseguenza, molti esperti e studiosi chiesero al ministro della Pubblica Istruzione di intervenire, affinché i due relitti romani potessero essere salvaguardati in modo più concreto.

 

Uno dei reperti estratti dalle navi di Nemi, raffigurante una testa di leone in bronzo. © Archivio fotografico storico del Museo della scienza e della tecnologia L. da Vinci.

Le grandiose operazioni di salvataggio

Solo nel 1926 lo Stato passò all’azione, complice anche il culto della romanità tanto importante per il fascismo. Fu istituita una commissione di specialisti che decisero di prosciugare parzialmente il lago di Nemi in modo da portare in superficie le due navi senza danneggiarle. Il piano, ideato dall’ingegnere militare Vittorio Malfatti, comprendeva l’utilizzo di una galleria di drenaggio di epoca romana, che nell’antichità veniva usata per tenere costante il livello delle acque, di modo che non sommergessero il tempio di Diana a riva. Anche Benito Mussolini mostrò un vivo interesse per la vicenda e seguì da vicino i lavori, che durarono fino al ’31. Da allora i relitti furono conservati nel Museo Nazionale delle Navi Romane, dove poterono essere ammirati in tutta la loro maestosità per la prima volta dopo 2000 anni, prima di essere distrutte nel 1944. Si scoprì che il primo ad essere trovato aveva una funzione di svago, con stanze finemente ornate e dotate di impianti di riscaldamento; il secondo veniva usato per scopi culturali e religiosi, come testimoniato dal ritrovamento di oggetti sacri, come il sistro, usato nel riti in onore a Iside. In nessuna delle due imbarcazioni fu rinvenuto uno spazio dedicato ai rematori, quindi con ogni probabilità dovevano essere trainate da barche più piccole o da piattaforme laterali dove risiedevano i vogatori. In poche parole, erano dei veri e propri capolavori architettonici e ingegneristici, e non c’è dubbio che furono costruiti per mettere in mostra la ricchezza e il potere dell’Imperatore.

 

Mussolini (al centro della foto) assiste allo svuotamento del lago. 20 ottobre 1928
© Archivio fotografico storico del Museo della scienza e della tecnologia L. da Vinci.

 

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Immagine di copertina: Veduta aerea dello scafo della seconda nave di Nemi, completamente emerso dalle acque. dall’ Archivio fotografico storico del Museo della scienza e della tecnologia L. da VinciPubblico Dominio

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