E poi Berlino diventa “casa” e ti chiedi che fine abbia fatto la tua generazione in Italia

Oggi mi sono affacciato alla finestra del mio appartamento a Berlino è per la prima volta per un attimo ho provato quella sensazione. La stessa di quando mi affacciavo al balcone a Napoli in passato o a Gaeta nelle mie estati. Quella sensazione che ti fa respirare l’aria, scrutare gli angoli, che nel momento in cui passa qualcuno ti fa dire “Io non ti conosco, ma in realtà ti conosco”. Non è una sensazione che si può provare spesso. Due, tre volte nella vita. Una. Se si è davvero sfortunati, mai.

Sono tre anni che ormai siamo qui tra lavoro, fatica, solitudini. Ma anche sorrisi, sorprese, soddisfazioni. Guardo negli occhi la mia generazione e mi chiedo cosa saremo davvero in grado di costruire. Quale presente stiamo vivendo e quale futuro immaginiamo, se ormai lo facciamo ancora. Come istruiremo i nostri figli, come li formeremo. Gli diremo che il mondo è bello o brutto? Che la vita è un sogno o una fatica? Che illusioni gli regaleremo? Non lo so.

Sono tre anni che parlo con quelli come me e non ne vengo a capo. Anche nei successi migliori vedo una tristezza latente. Lì, nel fondo. Dove riversiamo tutto quello che non vogliamo vedere. Dove nascondiamo le nostre paure. Dove quella sensazione che ho provato oggi non ci raggiunge.

Ma questo è il nostro tempo e dobbiamo andare avanti. Senza tanti incanti, ma neanche oppressi dalle delusioni. Siamo pur sempre più fortunati di altri e non è un affare da poco. Possiamo ancora affacciarci ad una finestra una domenica pomeriggio e, nel momento in cui un raggio di sole dal nulla ci sfiora il viso, sentirci finalmente a casa.


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