Secondo uno studio inglese il Berghain “disorienta l’orientamento sessuale” dei suoi habitué

Uno studio inglese evidenzia in che modo la labirintica organizzazione dello spazio e le sostanze che aumentano la libido, come GHB e Mefedrone, possano rendere la sessualità più porosa

Tutti conoscono il Berghain: molti ci sono entrati, altri sono stati rimbalzati all’ingresso, ma chiunque è d’accordo nell’ergerlo come cattedrale Europea della musica techno e della comunità queer. Se nasce nel 2004 come gay club, negli anni è stato in grado di variegare la sua clientela aprendosi a quante più persone possibili, diventando presto il perfetto simbolo della città: un luogo aperto, privo di pregiudizi, gender fluid e soprattutto sex positive.

Mentre cresceva l’interesse per un club unico del suo genere, sono stati molti gli accademici che hanno cercato di comprenderne la magia, dedicandogli centinaia di studi sociali. Nel solco di queste ricerche si aggiunge quella del professore di Geografia Umana al King’s College di Londra, Johan Andersson, che ha indagato in che modo le categorie con cui definiamo la sessualità diventino più sfumate, meno rigide, all’interno del club. Secondo lo studio, i fattori determinanti sono lo spazio, le sostanze, la musica e l’aura protettiva del luogo. L’analisi di questi elementi portano ad ipotizzare che ci sia un orientamento sessuale iscritto nell’edificio, che trascende quello dei singoli.

Il grande labirinto

Tra piste da ballo, scale, piani soppalcati, un bar di gelati, stanze buie, aree in cui ci si può sedere, bagni e un giardino pieno di container, lo spazio si configura come un enorme labirinto. Anche quando ci si sente padroni del posto non è raro che possano saltare fuori altri spazi, altre stanze. Secondo lo stesso architetto, il Berghain è stato costruito volutamente in questo modo, affinché le persone reagiscano istintivamente e abbiano la possibilità di scoprire, perdersi e imbattersi in incontri sessuali di vario tipo.

In questo ambiente il labirinto funziona anche metaforicamente: la sensazione di sentirsi persi è valida sia in senso spaziale che non, e, secondo Anderson, ciò corrisponde ad una temporanea perdita dell’orientamento anche in ambito sessuale, suggestionato e alterato dallo spazio circostante. In altre parole, durante il viaggio all’interno del club l’identità sessuale dei partecipanti, viene distrutta e ritrasformata, o almeno temporaneamente resa più porosa.

Il discorso sull’identità sessuale

Un concetto fondamentale per la comprensione di questa ricerca viene fornito dalla filosofa Elizabeth Grosz, che critica l’attuale limitazione per cui l’identità sessuale è strettamente connessa a quel che è il corpo, non a ciò che può fare, rendendola fissa quando in realtà provvisoria e contestuale. Inoltre, critica la sessualità come sintesi delle esperienze passate, promuovendone una cangiante e che si definisce di volta in volta.

Oltre che al sopraccitato labirinto, la temporanea perdita d’identità può essere causata da altri fattori. La folla è uno di questi: l’individualità viene schiacciata nella massa compatta degli avventori, nella quale risulta difficile distinguere il gender dei partecipanti. Le silhouette nell’oscurità diventano ambigue, fino a diventare irrilevanti. La mancanza di specchi, telefoni e fotocamere spingono a dimenticare l’identità di tutti i giorni, incoraggiando a un’atteggiamento situazionale e libero, data la consapevolezza di essere in un ambiente protetto da fotocamere e occhi giudiziosi.

—In questo ambiente il ballo e il contatto fisico riducono la relazione alle pulsioni, e valorizzano al minimo il dialogo, rendendo inutili le etichette discorsive utilizzate tutti i giorni. Riprendendo le parole di un altro studioso citato nell’articolo, il desiderio è inteso come l’impersonale motore delle pulsioni affettive/sessuali e nei club può superare la sessualità, quell’insieme di etichette con le quali categorizziamo i nostri desideri.

Nuove sostanze

Lo studio spinge poi la ricerca su sostanze che aumentano esponenzialmente la libido come la G, quella che in Italia viene chiamata droga dello stupro, e il Mefedrone, una sostanza che sintetizza l’esperienza dell’ecstasy e della cocaina. Secondo lo studio, già negli anni ’90 l’MDMA, che monopolizzava l’ambiente dei club in quel periodo, aveva contribuito a far scomparire le differenze di genere nelle piste da ballo, in quanto droga che induce il desiderio di contatto fisico.

Negli anni l’MDMA, per quanto ancora molto diffusa, è stata in parte sostituita con questi nuovi stupefacenti – il mefedrone è talmente nuovo che in molti paesi non è ancora regolamentato- che non promuovono l’atteggiamento positivo e il desiderio di amicizia dell’ecstasy, ma un forte desiderio sessuale, spingendo al cosiddetto “chemsex”. La G, inoltre, rende la realtà circostante estremamente confusa, eliminando i sottogruppi e riducendo le persone ad una massa indistinta, di distinguibile rimane solo la voglia, o la necessità, di sfogarsi.

 

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Immagine di copertina: foto di Simon Tartarotti