Ho passato una serata di 72 ore a Berlino

La serata del venerdì dal Die Drei ??? al Katter Blau di domenica a pranzo. L’epopea di un saluto che è degenerato, ma ci ha emozionato come liceali a un’occupazione

Il venerdì sera a Berlino è un rebus da risolvere, perché dare inizio al fine settimana è una scelta radicale. Dipende tutto da come inizia la serata e forse, questa volta, la strategia è stata la più vincente fino ad adesso.

L’introiezione dei problemi della settimana, si risolve con il rave del venerdì che, di norma, è una scommessa sempre troppo grande. Questo perché, il sabato, non c’è la certezza che due ore di fila ti portino davanti alla station, oppure davanti al pc di casa, sotto le coperte, con l’ennesimo film che hai già visto 40 volte.

Sono tutte sfumature di una strategia che, in realtà, non cambia molto l’ordine delle cose. Sono le motivazioni emotive che ti portano a entrare o meno, non l’outfit, non il fingersi gay.  Noi, questa volta, a quanto pare, avevamo tutte le carte emotive in regola.

Die Drei ???: il venerdì che non ti aspetti, la location che non immaginavi e un dj in borghese mi ha regalato un accendino alla fermata del bus

Quando c’è qualcuno che si sbatte per cercare una serata è sempre un sollievo. Un sollievo strategico, perché il fine settimana inizia sempre con lunghe e impreviste dormite pomeridiane, che degenerano fino a dopo le otto. Quindi mi sveglio alle 20:30, ora locale (Berlino), e vado diretto a Jannowitzbrücke, a beccare Lorenzo, che ha la squadra romana al seguito (gli amici da Roma). A un ora dal mio risveglio stavo fumando seduto accanto a un riccio e mi appropinquavo a mangiare un kebab. Ci beviamo la prima birra e ci gasiamo. Carichi, come i tram dopo le dieci di venerdì sera, andiamo al ping pong di Gleisdreieck a salutare la brigata che tiene in mano le racchette. Per quanta gente c’è, giocano in doppio, in triplo, oppure chiacchierano con un mate, una canna e qualche movimento rapido tra le partite.

Uno della brigata romana, in tutto questo, si fa tre ore buone di sonno su un’amaca. Nel frattempo, si fanno le 3:00 am e noi siamo ancora tra le comode chiacchiere del pre-serata. Si scaldano gli animi, viene una certa fretta che, però, non si concretizza mai.

Cambiamo tre mezzi, o forse quattro. Alla fermata dell’autobus incontriamo un dj con cui faccio amicizia. Stava preso benissimo, tant’è che mi regala un accendino nuovo, dicendomi “Tranquillo bro, ne ho altri cinque nuovi con me”. Il nostro fumatore olimpionico aveva un sorriso a 85 denti stampato sulla faccia. Da lì, saliamo sullo stesso bus e ci avviamo, come sempre, verso il nulla cosmico.

Dopo 13 minuti di cammino, entriamo in questo cancello, poi una porta. Mi sembrava una giungla di capannoni industriali. Il palazzo era su cinque piani, di cui ne venivano utilizzati solo tre.

mu”he: la dj suona nel fumo e ci coccola a schiaffi, come una madre apprensiva

Line-up di “???”

Il primo piano lo abbiamo ignorato dopo una ricognizione veloce e un’andata al bagno generale. Siamo saliti al terzo piano, seguendo la scia dei bassi più forti. Il “crush Moment” è accaduto dopo dieci minuti dall’entrata in sala. Era buio pesto, una nebbia padana, di fumo e vapori corporei. La vetrata, che si affacciava sullo spiazzo interno, sembrava un muro appannato. Appendo la giacca e mi posiziono sotto cassa. Entrando, la prima cosa che mi prende è la faccia della Dj, mu”he. È una dj giapponese che suona industrial e sta letteralmente facendo esplodere tutto. La musica spinge come le persone intorno. Mi metto a destra della station, sotto una delle due torri di casse. Devo ammettere che l’effetto totem mi ha spiazzato. Incuteva un timore profondo, come fosse un oggetto sacro e primitivo. La cassa si deve rispettare, come un monumento.

Il dj-set del “buongiorno” (06-08), invece, ci ha un po’ spezzato il ritmo. Saltellava di qua e di là, ma non arrivava da nessuna parte. Sembra un nuovo trend a Berlino questo di uccidere la presa a bene con l’ultimo dj-set. Forse è un’escamotage per mandare tutti via, ma a rimetterci è la reputazione del dj in questione, che diventa “quello che non fa ballare”.

Katter Blau: un sabato qualunque, un gatto blu gigante dagli occhi psichedelici

Il Katter Blau è miniatura del Sisyphos, vista fiume, che si specchia nell’acqua come un burattino che si vede addosso gli effetti dell’MD.

Nella Berlino notturna un compagno di viaggio ti salva la vita. Questa città riesce a farti sentire tanto solo, nonostante esplicitamente sembri l’esatto contrario. Berlino è una città imponente da affrontare da soli. Ci ritroviamo sempre a pensare di andarcene, ritornare a casa per respirare quell’aria che ci è familiare, senza voler mai dover scegliere se restare o andare via.

Inizialmente il piano era il Berghain, per direttissima. La fila, però, sembrava urlare idioti a tutti quanti, per quanto era esagerata. Per evitare l’ultimo sabato sera di Lorenzo a Berlino in fila, facciamo due conti veloci e ci fiondiamo a Holzmarktstraße. La fila sembra lunga, ma scorre. Un tipo brasiliano dietro di noi ci offre del vino bianco e ci presenta la sua pseudo moglie che, a quanto pare, è la colonna portante del suo piano per entrare. Dice, infatti, che è l’anniversario, poi ci dice che è gay, poi a me e Lorenzo offre un lavoro come porno attori. A detta sua  era il C.O. di Red Tube. Smascella parecchio e rompe per tutta la fila, fino all’ingresso, dove viene ribalzato a mani basse.

“Are we human or are we dancers?”

Entriamo con disinvoltura e vediamo le sale crepitanti. Dal cortile sembrano tutti in visibilio, quindi tappa bagno, e 20 minuti in fila al bar. A Berlino, i baristi se la prendono estremamente comoda e sembra non fregare niente a nessuno se non a noi italiani.

Lubrificati a dovere entriamo nella sala più spinta, la prima sinistra. Un corridoio pieno di luci ci accompagna fino a questa sala in stile molto anni 80, con un impianto luci che sembrava parlare. Alla station, Tante Emma, che ricordavo da una serata al Sisyphos in cui suonava Kivi. Ci siamo infilati in un compromesso che, per il momento, suona meglio di quello che mi aspettavo. La sala è leggermente incavata nel pavimento, di mezzo metro più in basso, come una piscina. Le casse muovono le maree e io, come onde, mi sento la responsabilità di muovermi, mentre sudo come se fossi fatto di acqua. Cambio sala, ma non ritrovo gli altri, quindi mi fiondo sotto cassa. Poi intravedo un terrazzino, sempre dentro la sala, che sta alle spalle di tutti. Bello, rialzato e contento, dall’alto avvisto gli altri due miei compagni, così li raggiungo fuori e andiamo a fumare. Sono le 11.30 del mattino, il sole splende, noi un po’ meno. Ci mettiamo a guardare il fiume, mentre scorre lento verso la fine.

I saluti

La nebbia della sala ci ha nascosto la malinconia dei saluti fino all’ora di pranzo della domenica. Abbraccio Lorenzo più forte che posso, come se volessi bloccarlo nell’ultima serata a Berlino, come se non avessi più strumenti verbali per esprimermi. In realtà, era proprio così.

A Berlino ho capito che i saluti devono durare tre giorni, andare a tempo di techno e non includere parole al riguardo. Non parlare, balla finché tiene e poi abbraccia chi ti sta accanto, che domani ti specchi nello Sprea e ti accorgi che a tenerti compagnia non ci sono che le nuvole del cielo  sopra Berlino, le quali, probabilmente, si sentono sole quanto te. 

Leggi anche: Ho passato una serata al Ficken3000

Studia tedesco a Berlino o via Zoom con lezioni di gruppo o collettive, corsi da 48 ore a 212 €. Scrivi a info@berlinoschule.com o clicca sul banner per maggior informazioni

Non perderti foto, video o biglietti in palio per concerti, mostre o party: segui Berlino Magazine anche su Facebook, Instagram e Twitter

Immagine di copertina: Aleksandr Popov