Stefano Cassetti, ©Lisa Lesourd

Stefano Cassetti: attore italiano a Berlino

Stefano Cassetti: dal design al grande schermo

«Mi ero appena laureato in design e prima non avevo mai pensato di fare l’attore. Per caso, mi ritrovai catapultato in un mondo tutto nuovo.» Classe 1974, Stefano Cassetti è nato a Brescia, dove ha vissuto fino alla fine del liceo. Subito dopo è approdato a Milano, città che lo ha adottato per tutta la durata della sua carriera universitaria alla facoltà di Architettura del Politecnico. Nel 1999 si è laureato in Disegno Industriale, con una tesi sull’attesa negli spazi della mobilità, uno studio sul potenziale rivoluzionario del tempo libero. Il suo futuro sembrava già scritto, finché un incontro fortuito gli ha cambiato la vita.

Scoperto per caso a Parigi

«La mia esperienza da attore comincia durante una vacanza a Parigi. A 24 anni, trovandomi lì per alcuni giorni, incontrai casualmente un amico che aveva fatto un provino per un film. Per questa pellicola il regista cercava specificatamente un attore italiano che parlasse molto male il francese. Decisi perciò di partecipare al casting. Seppur il primo tentativo andò male, nei mesi successivi la direttrice del casting mi chiese più volte di riprovare e, alla fine, mi presero per il ruolo di protagonista in Roberto Succo.»

Nel 2000, Stefano ha cominciato quindi una nuova avventura. Il film francese Roberto Succo, diretto da Cedric Kahn, racconta la storia dell’omonimo serial killer italiano degli anni ’80. La pellicola venne selezionata al Festival di Cannes nella competizione ufficiale, e valse a Cassetti una nomination ai César – gli Oscar francesi – del 2002 come migliore promessa maschile.

La carriera in Europa

Ora Stefano Cassetti vive tra Parigi, Berlino e il Lago di Garda. Rappresentato da quattro agenzie europee, è chiamato regolarmente a far parte del cast di film e serie tv soprattutto in Francia, Belgio e Germania.

«Conoscevo Berlino per la sua notorietà di città aperta e progredita sia culturalmente che artisticamente. In realtà fu una donna il motivo principale per cui mi trasferii stabilmente a Berlino. Arrivato qua mi sono innamorato della città. A Berlino ci sono molti spazi di espressioni artistica e vige un fermento che si distacca dai limiti e dai legami della tradizione come spesso accade, invece, in Italia. Le possibilità di esprimersi artisticamente sono nettamente maggiori, ciò è verosimilmente dovuto a una questione culturale che valorizza maggiormente il contenuto piuttosto che le conoscenze. Per chi intende emergere dal punto di vista artistico, Berlino è certamente un passo avanti.»

Interpretando spesso il ruolo del “villain”, il cattivo della storia, ha anche partecipato a tre produzioni della nota piattaforma di streaming Netflix: Into The Night, Black Spot e Barbarians. Tra le sue ultime apparizioni sul piccolo schermo c’è Germinal, la serie-evento francese di David Hourregue, basata sull’omonimo romanzo di Zola, nel ruolo dell’estremista Souvarine. Sul grande schermo, invece, lo vedremo prossimamente nel film francese Connemara di Isild Le Besco.

«La mia attività lavorativa di designer si é conclusa nel 2004 e da ormai 17 anni faccio solo ed esclusivamente l’attore. Sono contento così. L’arredamento d’interni e l’arte contemporanea sono però rimasti tra i miei hobbies, insieme al windsurf e al beach-volley.» Nonostante non sia più un lavoro, Stefano continua a realizzare mostre, performance e progetti in diverse parti d’Europa.

Recitare in altre lingue

«Il mio primo film era francese, quindi la naturale evoluzione della mia carriera mi ha portato a lavorare perlopiù su set stranieri. Poi credo che il mio accento settentrionale mi precluda molti ruoli in Italia: la maggior parte dei progetti raccontano realtà meridionali e criminali, che richiedono ovviamente attori con accenti del Sud. In ogni caso, trovo enormemente più interessante un piccolo ruolo all’estero che un grande ruolo in una produzione italiana; lavorare in altre lingue per me è stimolante, dà la possibilità di conoscere il mondo al di fuori del proprio Paese. Inoltre il range di offerta lavorativa aumenta potendo recitare in più Paesi ed è molto interessante imparare nuove lingue sia sul set che tramite corsi di dizione. Essere un italiano all’estero comporta effettivamente alcuni cliché che, personalmente, ritengo solo positivi. È vero che gli italiani sono riconosciuti per la loro capacità adattiva, penso che questo mi abbia aiutato specialmente nel mio primo lavoro da attore dato che arrivavo da una formazione completamente diversa.»

 

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In copertina: Ph. Credit ©Lisa Lesourd

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