Intervista ad Adam Hoya: «Dopo il sex-worker, non avrei mai pensato di fare l’attore»

L’attore italiano Adam Hoya, recentemente protagonista di Glück, ci ha raccontato la sua  esperienza nel cinema e la sua relazione con Berlino

Difficile attribuire una sola professione ad Adam Hoya. Classe 1992, personalità anticonformista e sfrontata, Adam, che fino a poco tempo fa era conosciuto con lo pseudonimo Eva Collé, a nemmeno trent’anni può vantare una carriera da blogger, poeta, modello, sex-worker ed ora anche attore. Alla 71esima edizione della Berlinale, nella sezione Panorama, è stato infatti presentato Glück, dramma della regista Henrika Kull, che lo vede co-protagonista a fianco dell’attrice tedesca Katharina Behrens. Non è la prima esperienza da attore per Adam. Già nel 2019 era stato presentato alla Berlinale Searching Eva, docu-film autobiografico sulla vita del giovane italiano a Berlino. Un ritratto volutamente aperto e frammentato, che prova a racchiudere le mille sfaccettature di questa personalità fuori dal comune, attraverso il racconto della sua quotidianità, del suo lavoro da sex worker e del suo rapporto con  la famiglia. Abbiamo intervistato Adam qualche settimana fa, durante una diretta Facebook. Lui dalla sua casa ad Atene, dove vive stabilmente da più di un anno, noi dal nostro ufficio di Berlino.

“In realtà non sono un amante del cinema, non avrei mai pensato che avrei fatto l’attore”

Non appena proviamo a fargli qualche domanda sulla sua carriera da attore, ci tiene subito a precisare di non aver mai provato ad entrare nel mondo del cinema. Entrambi i ruoli che ha interpretato gli sono infatti stati proposti dalle registe. “In realtà non sono un amante del cinema, non avrei mai pensato che avrei fatto l’attore, è una cosa che mi è capitata e riesco bene solo così. I contesti che non mi interessano più di tanto sono gli unici in cui riesco a dare il meglio di me, ma se dovessi iniziare a lavorare con la musica, la scrittura o altre cose in cui mi sento più coinvolto, probabilmente avrei ansia e non riuscirei a fare nulla” racconta Adam. Per questa ragione ritiene che il cinema sia per lui perfetto. Lo diverte ma, allo stesso tempo, è consapevole che la sua autostima non dipende da questo. Si tratta, del resto, di una filosofia che il giovane italiano adottava anche nei confronti del suo precedente lavoro: “anche per quanto riguarda il sex work è stato lo stesso, il mio orientamento è asessuale, quindi questo lavoro non mi ha rovinato qualcosa che mi piaceva fare. Il sesso per me è la cosa più orribile del mondo”- ci dice poi, pur precisando – “ovviamente il cinema non è come il sesso”. Che poi per entrambi i ruoli non abbia dovuto sostenere alcun provino, è stata una vera e propria fortuna, dal momento che Adam soffre di frequenti attacchi di ansia: Non sono una persona che andrebbe a fare delle audizioni, mi verrebbero dieci attacchi di panico e dovrebbero portarmi all’ospedale”. Alla domanda se sia stato più difficile interpretare se stesso, come nel suo primo film, o un altro personaggio, come in Glück, risponde senza esitazione: “In realtà non penso di aver interpretato me stesso nemmeno in Searching Eva, era anche quello un ruolo”. Un’affermazione che palesa la volontà del giovane attore di rifiutare ogni genere di etichetta e di sfuggire a una singola definizione di identità, preferendo, piuttosto, abbracciarne molteplici.

Glück: raccontare l’amore, quando l’amore diventa una merce

Nel suo secondo lungometraggio, Adam interpreta Maria, una ragazza italiana di 25 anni anticonformista e sopra le righe, che si trasferisce a Berlino in cerca di libertà e indipendenza economica. Ben presto la giovane inizia a lavorare in un bordello, dove fa la conoscenza di Sascha, una collega più grande di lei, forte e carismatica. Le due sono immediatamente attratte l’una dall’altra, ed iniziano un gioco di corteggiamenti reciproci che le porterà ad innamorarsi. Così in quest’opera potente e delicata, la regista Henrika Kull riesce a raccontare, con immagini autentiche e potenti, la storia di due donne che si incontrano e si innamorano,  all’interno di un un mondo in cui il corpo femminile è considerato una merce di scambio, senza cadere nella trappola di una prospettiva voyeurstica che intende stigmatizzare il sex-working a tutti i costi. Lo stesso Adam racconta di esser stato sospettoso quando la regista lo ha contatto per proporgli la parte.

“Quando le persone non sex worker si approcciano a questo mondo tendono a darne una visione idealizzata e voyeuristica”

Ma Kull, dal canto suo, non era del tutto estranea all’universo del lavoro sessuale. La regista conta infatti anni di esperienza all’interno di diversi bordelli tedeschi, nei quali ha lavorato sia dietro al bancone che assistendo le proprietarie. L’intento della regista è stato proprio quello di descrivere questi posti di lavoro nella loro routine quotidiana, in una prospettiva che intende il sex-working come un servizio e un modo come un altro per guadagnare dei soldi. Per questi motivi, Adam ha deciso di accettare il ruolo, confessando anche di aver instaurato un rapporto di amicizia con la regista e di aver avuto una certa influenza nel film. “Henrika si è confidata con me, al punto che è diventato un po’ anche il mio film” ci ha spiegato Adam Hoya. Nel susseguirsi delle sequenze, appare ben chiaro come l’immaginario stereotipato relativo al sex-working venga abbandonato.

“Sono contento di essere stato parte di un nuovo punto di vista sul sex-working”

Attraverso le immagini che raccontano una realtà fatta di cambi di lenzuola e pasti caldi serviti ai clienti, Henrika Kull offre una prospettiva che appare ben lontana dal tipo di rappresentazione mediatica legata al lavoro sessuale vista sin ora. Le stesse scene di sesso sembrano girate in modo tale da volersi sottrarre al “male gaze” e ad una visione che rinchiude i corpi delle lavoratrici sessuali in un paradigma iper-femminizzato. “Sono contento di essere stato parte di un nuovo punto di vista sul sex-working – ha detto Adam in proposito – quello che la regista voleva fare era proprio non idealizzare la professione, ma trattarla come un qualsiasi altro lavoro, e per questo il film  è stato un successo”. L’attore aggiunge poi come questa rappresentazione del corpo femminile, lontana dallo sguardo maschile, sia certamente frutto di una scelta ben consapevole e studiata ma, allo stesso tempo, gli sia anche venuta molto naturale. “Quando sei costantemente vittima del male gaze, viene spontaneo cercare di ribaltare questa visione. Per questo, anche all’interno del bordello, abbiamo cercato di dare una prospettiva il più possibile lontana da quella del cliente” ci ha raccontato Adam.

“Quello che mi manca di più di Berlino? La facilità con cui si incontrano persone di tutti i tipi”

“Sicuramente andare via dall’Italia era un sogno che ho avuto sin da piccolino” – ci ha raccontato l’attore. Ma poi ha anche ammesso come da piccolo pensasse di andare ovunque tranne che in Germania. “Sono finito a Berlino un po’ per caso, ho preso e sono andato nel primo posto che mi è venuto in mente e poi ci sono rimasto per un sacco di tempo” ci ha confessato. Adam è infatti rimasto nella capitale tedesca dal 2012 al 2019, lavorandoci come modello, sex worker e attore. “Berlino mi ha offerto tutti i mezzi per riuscire a riscattarmi di un’infanzia e un’adolescenza che avevo vissuto con molte difficoltà economiche” – ci dice poi – “anche quando non lavoravo come sex worker a tempo pieno, riuscivo ad avere una vita economicamente agiata. Quando gli chiediamo cosa gli manca di più di Berlino, ci risponde: “la facilità con cui si incontrano persone di tutti i tipi”, spiegando come vivere per nove anni nella capitale tedesca lo abbia abituato ad avere a che fare con tanta gente nuova che arriva ogni giorno.

Il trasferimento ad Atene

Ad Atene, invece, dove l’attore si è trasferito dallo scorso anno, ammette di sentirsi un po’ solo. “Quando sono venuto qui la prima volta, nel 2018, ho conosciuto un sacco di gente e sono stato coinvolto in tante situazioni interessanti” dice Adam. Ma, poi, ci spiega come  la situazione sia cambiata con le elezioni dell’ultimo Governo. “Hanno iniziato a sgomberare squat e spazi autogestiti e la gente è cominciata a scappare. Con il Corona la situazione è peggiorata ancora di più, perché non c’erano più spazi dove vivere, quindi alla fine mi sono trovato solo e senza nessuno che conoscessi” ci racconta Adam. Quando gli chiediamo se pensa mai di tornare a Berlino e di riprendere con il sex-working ci risponde deciso: “ho smesso di fare sex working perché ho iniziato ad avere emicranie ed infezioni. È come se il mio corpo mi stesse dicendo ‘basta’ e si stesse rifiutando di fare questo lavoro. Questa non è una critica al sex working – ci tiene a specificare – è un lavoro come un altro, ma dopo 10 anni non ne potevo più”.

 

Puoi vedere l’intervista completa ad Adam Hoya sulla nostra pagina Facebook

 

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Immagine di copertina:  Adam Hoya in Glück ©FlareFilm

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