Metà dei richiedenti asilo in Germania non può provare la propria identità

Il Ministero dell’Interno tedesco afferma che nel 2020 la metà dei richiedenti asilo in Germania non è stata in grado di provare la propria identità

Tra i soggetti adulti entrati in Germania nel corso del 2020, il 51.3% non sarebbe stato in grado di presentare alcun documento per dimostrare il proprio nome, nazionalità o data di nascita. Come sottolineato da Linda Teuteberg, parlamentare FDP, questo trend si è rafforzato negli ultimi anni. A livello Europeo, sono già stati profusi diversi sforzi nel tentativo di risolvere il problema. Tra le principali strategie dell’UE spicca il sistema EURODAC, un archivio digitale che registra i dati biografici e biometrici di tutti i richiedenti asilo europei, rendendoli accessibili ad ogni paese dell’area Schengen. Il problema di stabilire inequivocabilmente l’identità dei richiedenti asilo rimane, tuttavia, una questione irrisolta per il sistema d’accoglienza Europeo.
Perché i richiedenti asilo non hanno i documenti

In assenza di documenti, occorre far fede a quanto dichiarato dal richiedente asilo riguardo alle proprie informazioni biografiche. In molti suppongono che i migranti siano ben istruiti sulle garanzie previste dall’ordinamento legislativo Europeo e che la perdita dei documenti consista, in realtà, in un’inscenata per poter dichiarare dati biografici vantaggiosi. Tuttavia, è necessario ricordare che durante il loro viaggio verso l’Europa, la maggior parte di loro è trattenuta per mesi nei cosiddetti centri di detenzione per migranti irregolari. Numerose sono le denunce per violazioni dei diritti umani che avvengono in queste tipologie di strutture. Secondo alcune testimonianze, all’entrata dei centri di detenzione tutti gli effetti personali dei migranti sono accatastati in depositi di fortuna, senza un’etichetta che ne indichi il proprietario e senza possibilità di accedervi fino alla fine della reclusione. Report di ONG testimoniano racconti di migranti che, in questo modo, hanno perso i propri documenti e i contatti telefonici di tutti i parenti.

Perdere l’identità

La separazione dai propri beni all’entrata dei centri di detenzione ha anche una profonda valenza psicologica. Tra i racconti più famosi di queste esperienze vi è il romanzo di Giuseppe Catozzella “Non dirmi che hai paura”, vincitore del Premio Strega Giovani 2014. Il libro racconta la storia vera di Samia Yusuf Omar, giovane atleta di Mogadiscio che, dopo aver partecipato alle Olimpiadi di Pechino 2008, nel 2012 é annegata al largo di Malta. Samia fuggiva dalla Somalia di Al-Shabaab che le rendeva impossibile allenarsi in quanto donna ed appartenente ad un clan nemico. L’autore ha ricostruito la storia attraverso i fedeli racconti della sorella di Samia, Hodan, rimasta in contatto con la velocista fino alla sua tragica scomparsa. Samia racconta così il momento della separazione dai propri beni: “Senza darci il tempo di ragionare ci è stato ordinato di ammassare in un angolo tutto ciò che avevamo. Tutto. Ci avrebbero pensato loro, dopo, ai nostri bagagli. Nessuno voleva separarsi dai propri bagagli, dentro c’era quello che rimaneva delle nostre vite.”

Immagine di copertina: da Pixabay 

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