La storia di Gerhard Richter, uno dei più importanti pittori tedeschi tra iperrealismo e astrazione

Gerhard Richter, la nascita a Dresda e gli studi a Düsseldorf. Come l’artista lasciò la Germania dell’Est sulle tracce di Pollock e Fontana

Gerhard Richter è nato a Dresda nel 1932. Abbandonò la Germania dell’Est poco prima della costruzione del muro di Berlino. Cruciale per questa decisione fu un viaggio nella Germania occidentale: una visita alla Documenta di Kassel del 1959. Le opere di Jackson Pollock, Jean Fautrier e Lucio Fontana lo colpirono per i tratti impudenti e radicali. Il realismo socialista come stile predominante della scena culturale dell’Est si scontrava con le libertà astrattive dell’Ovest. E la battaglia politica era giocata anche sul piano artistico. Così Richter si trasferì da Dresda, dove stava frequentando l’Accademia di Belle Arti, a Berlino e in seguito a Düsseldorf. Qui studiò alla Staatliche Kunstakademie, dal programma riformista e poliforme.

 

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Atlas: l’archivio visuale di Gerhard Richter

Accanto agli studi accademici, nel 1962, Richter iniziò a collezionare fotografie in maniera casuale, per poi assemblarle su pannelli di cartone. Atlas, lo sforzo titanico di catalogare e organizzare gli impulsi visivi, è un insieme di 809 pannelli su cui l’artista ha riunito negli anni fotografie, ritagli di giornale e vignette. Straordinario laboratorio visuale, il progetto è cresciuto nel tempo come un organismo vivente. E l’impulso archivistico si combina con una ricerca incessante, sul senso dell’arte, sulle tecniche e gli stili. Si legge in una nota di diario del 1962: “farsi un quadro della situazione, crearsi una propria visione delle cose, è ciò che ci rende esseri umani: l’arte è dare senso e forma a tutto ciò, come la ricerca di Dio e la religione. Anche se sappiamo che attribuire senso e forma sia di fatto un’operazione artificiale e illusoria, non riusciamo a esimerci dal farlo”.

 

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Temi infiniti per un’unica tecnica

E così l’arte continua, interminabile, a fornire visioni e risposte. Richter lo fa muovendosi tra iperrealismo e astrazione, ma sempre fedele all’olio su tela, suo marchio di fabbrica. In un’intervista al critico d’arte Ulrich Obrist, Richter ha affermato: “Esistono così tanti modi di esprimersi in arte e io -in effetti sono un po’ limitato- ne ho scelto uno solo. Nient’altro che la pittura a olio”. Dipinge quello che la vita gli pone davanti: scene prosastiche e immagini sacre, ritratti, paesaggi, frammenti di storia tedesca. Parte da Atlas, e trasfigura le foto lì raccolte, in pitture, iperrealistiche o astratte. La banalità del quotidiano è esposta in un rotolo di carta igienica, dipinto in tre versioni nel 1965. La figlia Betty appare in una foto-pittura del 1988, nell’atto di girarsi indietro, come per rispondere a un richiamo. Ed è talmente forte la precisione dei dettagli, l’accuratezza cromatica di luci e ombre che la donna sembra entrata solo per un momento nel dominio della tela, per poi tornare a respirare, presenza viva tra noi vivi spettatori.

 

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Obiettivo fuori fuoco

La problematicità dell’esposizione di alcune immagini, trovate su libri o riviste, è resa da Richter fotografandole fuori fuoco. La sfuocatura, procedura strutturale nella sua pratica artistica, crea uno spazio visivo intermedio. All’interno di quest’ultimo si annidano altri elementi, come la memoria, interposta tra esperienza vissuta e rappresentazione/osservazione della stessa. Il lavoro supplementare che di fronte all’assenza di contorni precisi deve compiere lo spettatore per arrivare a cogliere l’immagine caratterizza ad esempio la serie sulla banda Baader-Meinhof. Il ciclo sui membri della RAF (Frazione Armata Rossa) unisce una fatica fisica nel leggere la tela a uno dei momenti più bui della Germania federale. 18 ottobre 1977, questo il titolo della serie, fa riferimento al giorno in cui i membri dell’organizzazione anarco-terroristica furono trovati morti nelle celle della prigione di Stammheim, a Stoccarda.

 

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Le pitture astratte “per dipingere il nulla”

E non sempre tutto è visualizzabile e comprensibile: da questo assunto si sviluppano le creazione astratte. L’astrazione dà quindi a Richter sia la possibilità di creare un’immagine metafora del mondo che un modo per “accedere al non visualizzabile, all’incomprensibile, utilizzando una forte immediatezza visiva -una delle risorse artistiche- per dipingere il nulla”. Queste parole dell’artista per il testo della Documenta di Kassel del 1982 possono riferirsi tanto alle Farbtafeln (Tavole di colore), quanto ai cicli dei Graue (Grigio), in particolare al gruppo di opere realizzate in rigida sequenza monocromatica tra il 1973-1974. Immaginifico mostro sacro dei nostri giorni Richter porta con sé la rara capacità di rappresentare il mondo nella sua indecifrabile e affascinante complessità.

 

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Immagine di copertina: serie Birkenau da Youtube

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