Charlotte von Mahlsdorf, la queer di Berlino Est che sopravvisse al nazismo e alla DDR e fondò un museo

Charlotte von Mahlsdorf, icona queer di Berlino, ha attraversato la storia del novecento tedesco, dal nazismo alla caduta del muro

«Io sono la mia stessa moglie»

Nata come Lothar Berfelde nel 1928, Charlotte von Mahlsdorf ha mostrato una preferenza per l’abbigliamento femminile fin dalla tenera età. Suo padre era un uomo tirannico, il quale la costrinse a unirsi alla Gioventù Hitleriana. Charlotte ebbe più sostegno da sua madre e da sua zia Louise. Nella tarda adolescenza, von Mahlsdorf iniziò a travestirsi da donna. Sebbene si sia identificata come un travestito piuttosto che come un transessuale, si è descritta come un’anima femminile in un corpo maschile. Preferendo abiti e gioielli semplici, nel corso della sua vita costruì una nuova identità femminile. Nel 1992 pubblica la sua autobiografia, intitolata «Ich bin meine eigene Frau» (I Am My Own Wife). Il titolo deriva dalla risposta di Charlotte alle pressioni di sua madre per sposarsi. La storia di Charlotte attraversa le tappe fondamentali del Novecento tedesco: la repressione nazista, il clima incerto della Guerra Fredda, le rivendicazioni del movimento queer negli anni Sessanta e Settanta. Nel 1997 ha lasciato la Germania per la Svezia: è poi morta di insufficienza cardiaca durante una visita a Berlino, nel 2002.

Il Museo Gründerzeit e la comunità queer di Berlino

Fin da bambina, Charlotte ebbe una grande passione per l’antiquariato, lavorando anche in un negozio di oggetti di seconda mano. Nel corso degli anni, si è dedicata alla raccolta di oggetti appartenuti a ebrei in fuga dai nazisti ma anche a tedeschi dell’est in fuga durante la Guerra Fredda. All’inizio degli anni Sessanta fonda il Museo Gründerzeit. Ospitato in un vecchio maniero, il museo raccoglie una collezione di oggetti della borghesia ottocentesca tedesca come mobili, orologi e altre suppellettili datati tra il 1870 e il 1900. Qual è la relazione tra museo e comunita queer di Berlino? Se nelle sale superiori si poteva rivivere l’atmosfera di una casa borghese, simbolo del puritanesimo ottocentesco, nel seminterrato avveniva la rivoluzione. Charlotte vi ricreò il Mulack-Ritze, una discoteca dell’era di Weimar che divenne un importante luogo di ritrovo per il nascente movimento omosessuale della capitale. Il che la rese un’icona queer della Berlino est, acclamata dalla comunità LGBTQ+. Di seguito vi proponiamo un documentario (in tedesco con sottotitoli in inglese) tratto dall’autobiografia di Charlotte e realizzato da Rosa von Praunheim (pseudonimo di Holger Mischwitzky), uno dei registi più influenti nella comunità LGBTQ+ tedesca e tra i fondatori del movimento omosessuale tedesco.

Movimento omosessuale a Berlino: qualche cenno storico

La capitale tedesca ha una comunità queer molto attiva oggi, con una lunga storia alle spalle. Nel 1896 a Berlino nasceva Der Eigene, la prima rivista che trattava tematiche relative all’omosessualità. Durante gli anni Venti è stata la capitale omosessuale d’Europa: è in questo periodo che il medico tedesco Magnus Hirschfeld fonda l’Institut für Sexualwissenschaft, l’Istituto per la ricerca sessuale e primo organismo per i diritti LGBTQ+ con una particolare attenzione per i diritti legali. Gli anni Venti sono il periodo della libertà sessuale: oltre a istituti di ricerca scientifica, nascono a Berlino anche interi quartieri gay. È il caso di Schöneberg e dei numerosi locali che sorsero in questo periodo. In seguito, l’ascesa del nazionalsocialismo rappresentò un motivo di repressione: se inizialmente Hitler vietò le pubblicazioni gay e chiuse i locali, in seguito la persecuzione trovò un tragico epilogo nei campi di concentramento. Solo nel 1969 l’omosessualità in Germania venne depenalizzata, il che ha consentito la rinascita e un’espressione molto più aperta della cultura omosessuale: a Berlino, nel 1985 viene aperto il primo museo gay al mondo, lo Schwules Museum.

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Immagine di copertina: © Screenshot da YouTube

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