Germany, ©Pexels, https://pixabay.com/it/photos/berlino-bandiera-germania-1836822/

La Germania, per quel che conta, ha meno casi che l’Italia. Le maggiori restrizioni sono una scelta politica

Il confronto è stupido, ma se proprio lo si vuole fare è bene che si faccia partendo dai numeri e non dal racconto della loro discutibile interpretazione

Domani probabilmente la Germania allungherà lo stato di lockdown (scuole, negozi, ristoranti chiusi) fino al 31 gennaio. Forse oltre. È così dal 16 dicembre scorso, ma i ristoranti in realtà han chiuso già il 2 novembre.

Chi, italiano, vive in Germania ci è ormai abituato. Da almeno due mesi, ogni volta che sente qualcuno che abita in Italia, è costretto ad ascoltare la solita considerazione “In Germania state messi davvero male con il Covid, eh?” sottintendendo che, in quello che è un (banale) confronto sull’incidenza del virus tra due paesi, Berlino sia messa peggio viste le restrizioni ben più pesanti e da più tempo.

Non è così. Ad oggi, lunedì 4 gennaio, in Germania ci sono circa 349mila casi attivi di infezioni da Covid su una popolazione di oltre 83milioni di persone.

In Italia i casi attivi sono oltre 570mila su circa 60milioni.

In Germania ci sono 26.683 posti totali di terapia intensiva. Il 18% sono liberi, il 22% sono occupati da pazienti Covid, il resto da persone con altri problemi. Se fosse necessario si potrebbero aggiungere altri 10.812 posti per un totale di oltre 37mila. In Italia ci sono 9.931 posti totali di terapia intensiva di cui circa il 30% occupato da pazienti Covid.

Certo, in questi dati manca il riferimento al numero di medici, infermieri e personale sanitario necessario per prendersi cura dei pazienti in terapia intensiva, ma quanto citato dà comunque un quadro indicativo della situazione. E non crediamo che, quanto a personale sanitario disponibile, l’Italia sia messa meglio che in Italia.

Insomma, la scelta tedesca delle restrizioni, una scelta severissima, non dipende da numeri più gravi di quelli italiani, ma da una decisione politica, un modo di vedere giusto o sbagliato che sia, per provare a risolvere un problema. Può essere messo a confronto con altre scelte politiche di altri Paesi, ma non con i numeri. I numeri si confrontano con i numeri.

In Italia, abituati ad un perenne stato di emergenza, ogni volta che un nostro governo è costretto a scelte immediate ci viene naturale rassegnarci che, in fin dei conti, non si poteva che fare così. E un problema viene raccontato assieme alla sua soluzione e non in due momenti distinti, il primo fatto di analisi, il secondo di teorie e dibattiti per risolverlo, due fasi necessarie per crescere e che, di conseguenza, si mangia puntualmente anche la terza di fase, quella in cui si analizza, a posteriori, se si era presa la decisione giusta. Quando però sul campo c’è solo una soluzione, come si può pensare di aver sbagliato?

Suo malgrado la situazione gravissima che stiamo vivendo a livello globale potrebbe essere, almeno questo, uno stimolo per noi italiani, sia giornalisti che “semplici cittadini”, per cominciare a raccontare i fatti partendo dai dati oggettivi e non dalle apparenze. Potrebbe spingerci a mettere, per una volta, da parte lo storytelling e allenare quello spirito critico che, magari in futuro, ci renderà in grado di formare e scegliere una classe politica in grado di non rincorrere le decisioni, ma di poterle raccontare ai suoi cittadini sicura di essere, se non approvata, almeno capita.

 

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