«Io, italiana, e la mia Berlino nel ’78 : visite all’est, cameriera sulla Ku’damm e la paura di tornare»

Una storia lunga più di quaranta anni: come una diciottenne di Torino si è innamorata della capitale tedesca ed è riuscita a mantenere intatto il rapporto con una relazione a distanza

«Erano le vacanze pasquali del 1978, avevo 18 anni e Berlino fino a quel momento la conoscevo soprattutto al lavoro di ricerca fatto con la mia classe di tedesco dopo aver visto un documentario sul Muro e la Guerra Fredda. La visita durò solo qualche giorno, ma a settembre dello stesso anno tornai per rimanerci fino a marzo 1979». Egle Tomasino, torinese, oggi impiegata di un’azienda che fa import/export, è una delle migliaia di italiane, e italiani, che a Berlino ci hanno lasciato il cuore e periodicamente ci ritornano “per sentirsi a casa”, quasi come si fa come un Natale in famiglia, ma senza lo stesso (potenziale) stress. Le foto che vedrete in questo pezzo sono state scattate da Egle 42 anni fa. «Durante la mia prima visita mi innamorai di un ragazzo di Berlino Ovest. E così, appena finita la scuola per interpreti, anche per impratichire la lingua, nella capitale tedesca tornai anche le due estati successive. La lasciai solo perché lui venne trasferito a Londra e non me la sentivo di rimanere senza di lui. Quella storia poi è finita, ma il mio amore per Berlino è rimasto».

Breitscheidplatz 1978 © Egle Tomasino

Breitscheidplatz 1978 © Egle Tomasino

Berlino Ovest a fine anni ’70 attraverso gli occhi di una giovane italiana

«Nel centro della parte Ovest la vita era frenetica, particolarmente quella mondana, locali e ristoranti di ogni genere aperti tutta la notte, vita notturna incredibile, più che a Milano dove avevo abitato fino all’epoca. Divertimenti, locali alternativi, teatri, sale da concerto, grandi shopping center, Burger King ad ogni angolo, strade illuminate a giorno da insegne enormi che davano proprio l’dea di un forte consumismo, il KaDeWe che offriva qualsiasi, dico qualsiasi genere si desiderasse. Io all’epoca lavoravo per un bar che mi pare si chiamasse Am alter Simpel, non so se esiste ancora ma ne dubito. Berlino all’epoca sembrava quasi un paese dei balocchi o meglio, la mia impressione era che l’impegno primario della città fosse di contrastare a tutti i costi e con ogni mezzo, il buio e la cupezza della parte ad Est. Sembrava voler essere una vetrina addobbata ed invitante. Berlino Ovest aveva un governo autonomo rispetto alla Germania Federale. Naturalmente foraggiata dagli aiuti degli Alleati, voleva mostrare al governo della DDR che l’aveva murata, quanto la vita nell’occidente fosse più bella, ricca, piena di possibilità, svago e divertimento. Sembrava quasi una rivalsa per l’isolamento in cui era costretta. Mi ricordo bene di Kreuzberg, allora soprattutto abitata da turchi, dove in alcune vie il muro correva quasi a ridosso delle abitazioni ed era veramente angosciante. Mi ricordo che girando tra le varie zone di Berlino Ovest, si aveva l’esatta percezione di quale fosse il paese tra i tre paesi occidentali vincitori, Stati Uniti, Gran Bretagna, che aveva occupato quella zona. Ricordo parecchie insegne e scritte in francese dei negozi nella zona francese. Potsdamer Platz era una landa deserta di sterpaglie con il nulla, solo di tanto in tanto qualche piattaforma in legno sulla quale volendo si saliva per vedere aldilà del muro, per vedere la terra di nessuno, la striscia della morte e poi la città ad Est, la desolazione dell’Est. L’impressione era proprio: all’Ovest la luce, all’Est il buio,  la desolazione. La cosa che più mi sorprese fu  che nessuno, nemmeno ad Ovest, e nemmeno i giovani, parlasse del “Muro”. Sembrava quasi che fosse lì da sempre, una presenza scontata e normale, di cui non valesse la pena parlare perché insignificante. Probabilmente Hönecker aveva convinto anche i cittadini dell’ovest che il muro sarebbe durato altri cento anni e anche loro se ne fossero fatti una ragione. Non ho mai capito se il non parlarne fosse rassegnazione o pudore. Quando però ti avvicinavi alle zone tagliate in due dal Muro, il peso emotivo era enorme, la presenza era un macigno».

Muro 1978 © Egle Tomasino

Muro 1978 © Egle Tomasino

Il Muro a fine anni ’70

«Ricordo la faccia di stupore di mio padre davanti ai contrasti delle due Berlino quando i miei genitori mi vennero a trovare a Natale. Non potrò mai, dico mai, dimenticare Bernauer Straße. Quel tratto il Muro era costituito dalla facciate delle case diroccate dalle quali avevano fatto sgomberare le persone e alle quali erano stati murati portoni e finestre. Quasi davanti ad ogni portone c’erano corone di fiori in memoria della persone morte o uccise nel tentativo di fuga. Ho impresse nella memoria, come fotografie, nonostante siano passati 42 anni, quelle immagini angoscianti e lo sgomento e la tristezza infiniti che ho provato. Le zone vicino al Muro erano naturalmente inavvicinabili ma anche da lontano, nel silenzio totale e pesante di quelle strade, sentivi i latrati dei cani che presidiavano la zona invalicabile. Feci diverse visite a Berlino Est. Ricordo Unter den Linden bellissima ed elegante con i suoi palazzi d’epoca, i musei, l’università Humboldt, la Staatsoper, la biblioteca…Però erano grigi anche i palazzi, sporchi di smog  ed era vuota, desolata. Unter den Linden era un bellissimo viale elegante, ma deserto. E sembrava ancora più largo di com’è in realtà visto che era vuoto. Ricordo anche una volta, di essere entrata  nell’allora Palast der Republik dove adesso hanno ricostruito il castello degli Hollenzollern. Ad Alexanderplatz c’erano la torre della Tv, la Marienkirche, la fontana di Nettuno, l’orologio universale e la fontana, ma nient’altro. Era un grande spazio aperto. Le case  erano tutte vecchie e fatiscenti , molte con ancora segni di pallottole sulle facciate.  Un nostro amico di Berlino Ovest si innamorò di una ragazza di Berlino Est, figlia di un pezzo grosso del partito. Una volta fummo invitati a casa sua. Rimasi sorpresa dal vedere che a all’interno il riscaldamento era costituito da grosse stufe in ceramica. I negozi forse erano la cosa più contrastante con quelli ad Ovest: le vetrine erano vuote, non c’era quasi niente in esposizione. Non si incentivava il consumo e il commercio, era tutto statale e varietà di merce era veramente limitata. Credo tutti siano al corrente della carenza di frutta nella DDR dell’epoca mentre, per paradosso, io ho conosciuto i kiwi in quel periodo a Berlino Ovest, in Italia non c’erano ancora. E poi ad est c’era la Stasi. Era molto difficile avere contatti con i Berlinesi dell’est, i servizi segreti orientali tenevano tutti e tutto sotto controllo. Noi eravamo mal visti e mal tollerati e i cittadini controllati. Il mio amico e la sua ragazza dell’Est dovettero lasciarsi per evitare che la famiglia di lei avesse problemi»

Porta di Brandeburgo 1978 © Egle Tomasino per Berlino Magazine

Porta di Brandeburgo 1978 © Egle Tomasino

Non tornare a Berlino per non rovinarne l’immagine custodita negli occhi e nel cuore

«Ho vissuto di ricordi e rimpianti per aver lasciato Berlino per parecchi degli anni successivi, uno struggimento che alcune volte mi toglieva l’aria, come una storia di vero amore stroncata sul più bello. Era talmente bello il mio ricordo di Berlino che non volevo aggiungere o togliere niente al ricordo che conservavo, le emozioni, l’empatia, il coinvolgimento che da ragazza avevo vissuto in quella città divisa, sofferente ma forte, ferita ma resiliente. Non volevo rivederla con gli occhi di una donna matura, forse più disillusi, critici o cinici. Non volevo che si sovrapponessero altre sensazioni a quello che avevo vissuto anche perché nel frattempo il Muro era caduto e leggevo della metamorfosi che la stava cambiando e io non volevo rimanere delusa dal suo cambiamento. Anche la mia vita era cambiata nel corso dei numerosi anni successivi: lavoro, matrimonio, figlio. Non potevo più correre dietro ai ricordi. C’era il presente da vivere. Ho cambiato idea nel 2004».

Passaporto di Egle Tomasino

2004: un’altra Berlino

«Quell’anno mi venne proposto di tornare a Berlino per un weekend lungo. Riaffiorarono tutti i ricordi ma anche la paura di tornarci. Accettai.  Ricordo ancora l’arrivo a Tegel, l’emozione e la curiosità. Era come rivedere una persona cara persa di vista da molti anni. Sai che sarà cambiata ma come – quanto? Dal 2004 sono tornata a Berlino altre 19 volte, più di una all’anno. Se non ci fosse stato il Covid il conto sarebbe più alto. L’ho visitata veramente in lungo e in largo anche in zone periferiche. Sono andata alla ricerca di luoghi di importanza storica anche fuori dal centro: Karlshorst, dove è stata firmata la resa incondizionata, la villa a Wannsee dove è stato deciso lo sterminio degli ebrei, la villa a Potsdam dove è stata decisa la suddivisione della città tra le 4 potenze vincitrici, Plötzensee  dove sono stati impiccati gli ideatori dell’attentato a Hitler, il cortile dove è stato giustiziato Von Schaufenberg, il Tranenpalast, Spandau dove è stato incarcerato per anni Rudolf Hess, l’ex carcere di Hohenschönhausen e l’ex sede della Stasi in Normannenstrasse, il campo di concentramento di Sachsenhausen, Berlin Unterwelten con i suoi bunker, l’ex campo profughi di Marienfelde, il museo degli Alleati, l’ex bunker vicino ad Anhalter Bahnhof. In qualsiasi punto ci si trovi, spuntano gru dal paesaggio.Ho voluto vedere anche le periferie: il Tierpark a Lichtenberg, Marzahn, l’isola dei pavoni, Dahlem, Köpenick, il Müggelsee e Babelsberg. Le voglio così bene che riesco anche a perdonarle le brutture che secondo me le hanno fatto subire nel corso degli ultimi anni, tipo la cementificazione forsennata intorno a zone che dovevano rimanere libere ed adibite al solo ricordo, tipo tutti quei palazzi costruiti a ridosso dell’East Side Gallery addirittura abbattendo parte del “Muro”, un vero insulto, oppure quella costruzione orribile di fianco alla torre della Tv in Alexanderplatz. Cosa dire del Checkpoint Charlie? Adesso è consumismo puro, business, negozi di souvenir uno attaccato all’altro, bar, pizzerie. Finte guardie di frontiera messe lì apposta per farsi fotografare dai turisti. Una fiction continua. Io la vivo quasi come un oltraggio a tutte le persone che erano costrette ad attraversarlo legalmente o illegalmente.  A quei tempi era un incrocio lugubre, tetro, che si attraversava con circospezione e  timore, con solo le sbarre delle due frontiere e lo spazio della zona Est vuoto, desolato e angosciante. La Ku’damm che era il centro e il fulcro di Berlino Ovest ed era la zona della vita sfrenata e dei locali adesso è diventata un elegante viale di shopping che si spegne quando i negozi chiudono. Berlino Est è quasi irriconoscibile».

Check Point Charlie 1978 © Egle Tomasino

Check Point Charlie 1978 © Egle Tomasino

«Per me è proprio come una persona cara che ho bisogno di vedere di tanto in tanto perché mi manca»

«Ogni 5 anni, in occasione dei vari festeggiamenti per gli anniversari dell’abbattimento del Muro ho sempre sentito il dovere di stare a Berlino anche se magari c’ero stata da poco. Berlino mi è entrata nella carne. Anche se non ci sono nata la sento mia. Mi fa stare bene. Sento il bisogno di partecipare a quello che le succede. È  contraddittoria e affascinante. Di lì è passata tutta la storia del Novecento. Ha cambiato la geo-politica dell’Europa. Da li è passato il destino del Vecchio Continente, ha saputo fare i conti con il suo passato. I tanti memoriali dimostrano che non ha rinnegato il suo terribile passato. Dal 2004 non leggo altro che libri sulla storia di Berlino, il prima-durante e dopo Muro, la Stasi, la Ddr e come si viveva, la gioia e l’entusiasmo iniziali ad Est e ad Ovest, le disillusioni e le difficoltà sociali ed economiche degli Ossi e le reticenze dei Wessi, la differenza che si percepisce ancora oggi tra le zone ad Est e ad Ovest. Berlino è una sorpresa ad ogni visita, a volte non del tutto piacevole. È comunque sempre in “divenire”. Il mio timore, che a volte è quasi una certezza, è che con il passare degli anni, Berlino venga snaturata dalle sue caratteristiche, che venga piano piano cancellato il suo passato e che diventi una capitale come tutte le altre. Che perda il suo fascino e la sua unicità».

Egle Tomasino di ritorno a Berlino

Egle Tomasino di ritorno a Berlino

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