La storia dell’uomo che fuggì da Berlino Est su un carro armato

Wolfgang Engels: l’uomo che per miracolo evase dalla DDR a bordo di un carro armato

“Sto fuggendo verso Ovest, chi mi segue?” – così Wolfgang Engels, fuggitivo allora 19enne, mentre si trovava sul carro armato di 9 tonnellate che lo avrebbe portato verso la libertà. In onore del 33esimo anniversario dalla caduta del Muro di Berlino, raccontiamo la sua fuga, una delle tante che hanno segnato gli anni della guerra fredda.

La disperazione e il desiderio di libertà hanno infatti portato gli abitanti della DDR a trovare sempre più escamotage per evadere: passaporti falsi, treni della metro sequestrati, tunnel sottoterra o addirittura mongolfiere. Insomma, quando si è senza speranze, si è disposti a tutto.

Wolfgang Engels

Joline, Wolfgang & Doris Engels

Il desiderio di fuga dalla DDR

Un episodio specifico ha portato Wolfgang a un cambio di prospettiva sulla DDR. Un fine settimana, mentre era fuori a Berlino-Mitte con degli amici, si è avvicinato al Muro per leggere un cartellone che riportava gli eventi in programma. In quel momento sono arrivati dei soldati che, spianando le mitragliatrici, hanno perquisito il gruppo. Gli amici sono poi stati interrogati separatamente con l’accusa di “tentativo di Republikflucht”, quando invece volevano semplicemente scegliere in che pub andare.

Quella sera veramente Engels non aveva intenzione di fuggire. Come testimonia lui stesso, aveva ricevuto una “educazione profondamente socialista” e aveva prestato servizio come soldato durante le prime costruzioni del Muro nell’agosto del 1961. Avesse voluto evadere, quella sarebbe stata l’occasione perfetta.

Dopo quella sera, Wolfgang ha iniziato a provare una forte indignazione per l’atteggiamento delle forze di sicurezza nei suoi confronti. La sua famiglia era però completamente favorevole alla condotta della polizia, altro aspetto che ha lasciato il giovane profondamente deluso. Sua madre, a sua insaputa, era Sergente maggiore, un grado di sottufficiale della Stasi, la polizia segreta della DDR. Sosteneva quindi pienamente le perquisizioni e i controlli che il figlio aveva subito.

“È questo che mi ha sconvolto, che una persona possa credere così fermamente all’idea che il Partito ha sempre ragione“, ha detto Engels. “Così mi sono detto che avrei colto al volo l’occasione per fuggire”.

 

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17 aprile 1963: comincia la Republikflucht (la fuga illegale)

Sicuramente il piano di attraversare il muro con un carro armato rubato non era dei migliori, però ai tempi Wolfgang Engels non trovò altre soluzioni. Era impiegato come meccanico e autista nell’Esercito Popolare Nazionale. Pochi giorni prima della parata annuale del 1° maggio, fece amicizia con gli autisti dell’esercito. In cambio di un giro nella sua auto, una replica BMW a sei cilindri, si fece spiegare il funzionamento dei carri armati a sei ruote.

Modello del carro armato guidato da Engels

Fiducioso di poterne gestire uno, Engels aspettò che i soldati andassero a cena per poter poi rubare un veicolo nuovo di zecca e fuggire. Il traffico militare era ormai parte integrante della scena urbana, quindi fortunatamente attirò poca attenzione. Ai tempi, i vigili urbani sedevano ancora agli incroci e azionavano i semafori manualmente. Per agevolare il passaggio del carro armato non esitarono a far diventare verdi i semafori.

Wolfgang Engels: un fuggitivo sopravvissuto per miracolo

Dopo aver guidato fino a Treptow, sulla Elsenstraße Wolfgang chiese a dei ragazzi nelle vicinanze se volessero fuggire con lui, forse in un atto di solidarietà. “Perché l’ho fatto, non lo so. Avranno pensato che fossi pazzo, ma in ogni caso nessuno voleva venire”. La paura delle conseguenze e di una possibile incarcerazione prevalse.

Nonostante lo slancio a 80 km/h, Engels non riuscì però a sfondare il muro. Le lastre aggiuntive di cemento e la recinzione di filo spinato bloccarono il veicolo nel momento più critico. Le porte si trovavano dal lato sbagliato. Piuttosto di provare a riavviare il motore e rischiare che la polizia aprisse la portiera, Engels uscì e si ritrovò intrappolato nel filo spinato.

La guardia di frontiera della Germania Est, a soli cinque metri di distanza, prese la mira e cominciò a sparare colpi singoli nella sua direzione. Engels continuava a gridare “Non sparate!”, ma non servì. “Il proiettile è entrato nella schiena ed è uscito dalla parte anteriore”. Engels riuscì comunque a rientrare nel veicolo e a uscire dalla porta del passeggero per riprovare a scavalcare il Muro. “Sono stato colpito di nuovo, questa volta da un rimbalzo che è però arrivato così vicino che le schegge mi hanno ferito la mano”.

Un rimbalzo colpì anche il posto di osservazione di Berlino Ovest. Questo “attacco” autorizzò la polizia di Berlino Ovest a rispondere al fuoco e coprire Engels.

 

“Ho capito di essere al sicuro quando ho visto i liquori dell’Ovest”

Mentre i tedeschi dell’Est cercavano riparo, un gruppo di uomini che stava bevendo in un pub vicino nell’Ovest, presente ancora oggi, ha formato un corridoio umano per liberarlo dal filo spinato. Lo hanno poi trascinato nel locale e cercato di soccorrere. “La metà di loro era ubriaca. Ma se non si fossero ubriacati non ce l’avrei mai fatta”, ha detto Engels. “Ho capito che ero al sicuro quando ho visto le bottiglie di liquori che ad est si vedevano solo nelle pubblicità”. Ha poi passato 3 settimane in convalescenza per un polmone collassato.

 

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Un nuovo inizio

Dopo la sua fuga, la madre lo ha formalmente disconosciuto in una dichiarazione. Tutta la posta che inviò in seguito alla madre e al patrigno fu consegnata direttamente alla Stasi. La Germania dell’Est progettava infatti di rapirlo per accusarlo di diserzione negli anni Ottanta.

Wolfgang non ha mai incontrato il soldato che gli sparò, nemmeno durante i processi penali contro le guardie che sparavano ai fuggiaschi. Non nutre però alcun rancore. Al contrario, è ancora grato che il soldato abbia tenuto il suo fucile in modalità “colpo singolo”, invece di usare le raffiche.

Dopo un periodo di lavoro in un hotel britannico, Engels si è riqualificato come insegnante e ha prestato servizio nei Vigili del Fuoco per 20 anni prima di andare in pensione. Sposato, con una figlia e tre nipoti, lavora ora per un’organizzazione di conservazione dei siti dell’Olocausto. “Non ho rimpianti, è stata dura all’inizio, ma ho avuto una bella vita qui”.

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Immagine di copertina: da Pixabay