Lidl, Hugo Boss e altre aziende tedesche accusate di sfruttamento degli Uiguri

Gli attivisti per i diritti umani fanno causa a diverse aziende tedesche per favoreggiamento di crimini contro l’umanità

Diverse aziende tedesche operanti nel mercato tessile sono state accusate di sfruttamento degli Uiguri in Cina. A presentare le accuse penali è stato l’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR) – ONG che si occupa del rispetto dei diritti umani. Tra gli altri, Hugo Boss e Lidl avrebbero approfittato direttamente o indirettamente del lavoro forzato degli Uiguri nella regione cinese dello Xinjiang. La denuncia di quasi 100 pagine è diretta anche contro Aldi e C&A. Nello specifico, l’accusa recita “favoreggiamento di crimini contro l’umanità sotto forma di schiavitù attraverso il lavoro forzato”. Secondo l’organizzazione, le aziende segnalate producono o producevano fino a poco tempo fa nella regione dello Xinjiang. Qui il governo cinese costringe gli Uiguri a lavorare forzatamente nell’industria tessile, come rivelato dai rapporti di Amnesty International. La procura federale di Karlsruhe si occuperà di indagare sulla presunta responsabilità legale delle aziende.

Le aziende tedesche respingono le accuse

Le aziende interpellate hanno respinto le accuse, sostenendo di essere assolutamente contrarie a qualsiasi forma di sfruttamento. Lidl tiene a precisare, nell’ambito del suo codice di condotta, di avere tolleranza zero nei confronti del lavoro forzato, e che le accuse si riferiscono a vecchi fornitori. “Nel caso in cui dovessimo avere prove concrete riguardo a violazioni del genere, indagheremo e prenderemo misure appropriate”, ha dichiarato. In quest’ottica, nel passato ha chiuso diversi siti di produzione che violavano i diritti umani. Tuttavia il marchio tedesco ha continuato ad acquistare merci dallo Xinjiang fino a giugno 2021 – nonstante 5 mesi prima gli Stati Uniti avessero emesso un divieto di importazione di cotone dalla regione cinese. Aldi ha risposto di avere interrotto da tempo i rapporti con i vecchi fornitori tessili. Anche C&A nega le accuse, affermando di non comprare vestiti provenienti dallo Xinjiang. Infine, Hugo Boss sostiene che i diritti umani sono una priorità per l’azienda, non specificando tuttavia se la produzione avviene ancora lì.

Dallo Xinjiang proviene l’85% della produzione cinese di cotone

Lo Xinjiang, patria della minoranza musulmana uigura, è responsabile dell’85% della produzione cinese di cotone – più di un quinto della produzione globale. A raccoglierlo sono però più di un milione di Uiguri, costretti a lavori forzati e massacranti in campi di rieducazione. Questi sono vittime di una politica di repressione dal governo cinese, che non mostrerebbe alcuna pietà per questa minoranza etnica. Nell’ottica della lotta al terrorismo, la Cina ha messo in atto torture e sterilizzazioni forzate, violando di fatto importanti diritti umani. A seguito di ciò, in primavera l’Europa e gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro la Cina. In particolare gli USA hanno vietato l’importazione di tutti i prodotti di cotone provenienti dallo Xinjiang. Inoltre, grossi marchi internazionali di moda, come H&M e Nike, hanno annunciato che non avrebbero più acquistato cotone nella regione.

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Immagine di copertina: Campo di cotone, di di imaginationphotog da Pixabay, CC0

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