Huber, il gerarca nazista che divenne spia per Germania e USA, evitando la prigione

Il “meno colpevole” Franz Josef Huber, l’impunito capo delle Gestapo di Vienna che riuscì a farla franca

Dopo la Seconda Guerra Mondiale ci furono migliaia di cosiddetti “procedimenti di denazificazione”. Volti alla cancellazione di ogni traccia di ideologie nazionalsocialiste dai territori dell’ormai caduto Terzo Reich, avevano anche l’obiettivo di determinare il grado di coinvolgimento di cittadini e personalità di rilievo nel Regime e nei suoi crimini. Coloro che riuscirono a cavarsela, ottennero quello che è popolarmente noto come “Persilschein” (dalla pubblicità del detersivo Persil “lava più bianco del bianco”), ovvero un certificato di innocenza a testimonianza dell’assenza di colpe attribuibili. Fra i casi più controversi, la concessione del Persilschein a Franz Joseph Huber, capo della Gestapo viennese. Huber non fu mai processato perché inizialmente dichiarato dal tribunale di di Norimberga come “personalità dal peso minore”. Anche i tentativi di incriminazione successivi non ebbero successo, permettendo così al generale SS di vivere impunito fino alla sua morte nel 1975. Il motivo di questa assurda assoluzione era da ricercarsi nel fatto che Huber, dopo la guerra, lavorò come agente segreto sia per la Germania che per gli Stati Uniti.

Da poliziotto bavarese a capo del Centro Gestapo di Vienna

Nato nel 1902 a Monaco di Baviera, Huber lavorò inizialmente come poliziotto nella sua città natale. Poco dopo l’annessione dell’Austria, l’ormai membro del partito nazista e delle Schutzstaffel (“SS”) fu inviato a Vienna. Lì fu a capo del Centro di controllo della Gestapo, il più grande ufficio centrale per i territori occupati dalla Germania nazista. Durante i suoi anni ai vertici della polizia segreta di Stato, migliaia di “nemici del regime” furono perseguitati, arrestati, torturati e assassinati. In quanto luogotenente di Himmler a Vienna, Huber fu inoltre incaricato della deportazione e dello sterminio di migliaia di ebrei austriaci. Dopo l’istituzione della sede guidata da Huber come unica responsabile dei procedimenti di deportazione della popolazione ebraica, l’ Ufficio centrale per l’emigrazione sottostava infatti formalmente alla sua autorità. A confermare il suo coinvolgimento anche un rapporto interno del Bundesnachrichtendienst (in sigla BND), ovvero l’agenzia federale di Intelligence. Una comunicazione risalente al 13 gennaio 1964 afferma infatti che Huber era “particolarmente responsabile delle misure ingiuste che furono prese nell’area dei suoi dipartimenti […] per ragioni razziali o di altro tipo”.

“Criminale da scrivania”: l’atteggiamento di presunta distanza di Huber

Il ruolo di Huber nell’apparato del Terzo Reich è difficilmente trascurabile. Non solo ricopriva doppiamente la posizione di generale, in quanto leader della brigata delle Schutzstaffel e maggiore generale della Gestapo, ma era anche ispettore della polizia di sicurezza (Sipo) e del servizio di sicurezza delle SS. Dal punto di vista personale, Huber era inoltre uno dei Protegé di Reinhard Heydrich, commissario della “soluzione finale alla questione ebraica”. Tuttavia Huber sapeva come mantenere una certa distanza dal “lavoro pratico”, anche se solo nelle apparenze. Un atteggiamento spesso riscontrabile nella maggior parte dei cosiddetti “criminali da scrivania”. La sua linea di difesa si è infatti più volte basata sulla natura burocratica e di coordinamento del suo ufficio. Nel 1964, in una lettera privata al suo vice Karl Ebner, il generale sottolineò di “non avere mai dato ordini di espulsione, non essere mai entrato nell’ufficio centrale né negoziato personalmente con Eichmann” quest’ultimo, come Heydrich, tra i principali fautori della ‘soluzione finale’. Infatti, mentre l’attuazione delle misure esecutive era chiaramente responsabilità della polizia segreta di stato, la pianificazione della “gestione fondamentale della questione ebraica” sarebbe invece rimasta una prerogativa esclusiva dei servizi di sicurezza delle SS. Persino quando, nel 1948, fu interrogato dal sostituito procuratore Robert M. W. Kempner al processo di Norimberga, Huber continuò a mantenere un comportamento ostentatamente passivo, affermando di non aver mai preso attivamente parte alla deportazione degli ebrei. Degli orrori dell’olocausto ne sarebbe venuto a conoscenza solo alla fine del 1944.

La collaborazione con i servizi segreti americani (CIA) e tedeschi (BND)

Ma come è stato possibile per Huber evitare con tanta facilità anni di prigionia, se non addirittura una molto probabile condanna a morte? Tramite l’analisi di documenti precedentemente sconosciuti, ritrovati nell’archivio federale del BND, storici e piattaforme mediatiche hanno cercato di trovare una risposta a questa domanda. In un reportage, la rivista politica dell’ARD di Monaco, ha mostrato come alcuni dei documenti declassificati siano un’indiscutibile testimonianza della collaborazione nel dopoguerra tra Josef Huber e il BND. Nel 1955, i servizi segreti tedeschi avrebbero infatti reclutato l’ex capo del centro Gestapo di Vienna, il quale collaborò con l’agenzia in maniera ufficiosa fino al suo ritiro nel 1967. Che il BND fosse a conoscenza del personale coinvolgimento di Huber nei crimini del regime nazista è evidente per molti. “Sapevano esattamente che Huber non era un piccolo assassino della Gestapo, ma un generale delle SS che si muoveva nei circoli più intimi dell’apparato terroristico nazista”, spiega lo storico Stefan Meining. È proprio la speranza di poter trarre profitto dalla rete di contatti dell’ex SS, nonché la necessità di lavorare con convinti anticomunisti nel contesto della Guerra Fredda, ad attrarre l’interesse dell’intelligence tedesca e, poco dopo, americana. Particolarmente vantaggiosa la collaborazione con quest’ultima. Nel momento in cui infatti il governo austriaco lo dichiarò “principale colpevole”, chiedendone l’estradizione, Huber si era ormai già nascosto per lavorare per la CIA e la Germania Ovest. Formalmente, era solo un dipendente minore di una fabbrica per la produzione di macchine da ufficio. Non era certamente la prima volta che il gerarca nazista, anch’esso responsabile dell’Olocausto scampò alla sua sorte, nascondendosi dietro ad una macchina da scrivere.

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Immagine di copertina: Incontro tra Himmler e Müller, Heydrich, Nebe, Huber @ Bundesarchiv via Wikimedia Commons, Bild 183-R98680 / CC-BY-SA 3.0

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