Anita Berber, la ballerina simbolo di Weimar e ritratta da Dix

A 16 anni Anita Berber debutta come ballerina e modella, segnando l’inizio di un’intensa carriera nei ruggenti anni Venti.

Gli anni Venti sono spesso ritratti come il decennio dello sfarzo, delle perle e dei fiumi di champagne alle feste. Gli anni del jazz delle flapper suscitano spesso una morbosa fascinazione. In Germania, tuttavia, la fragilità del dopoguerra si fa sentire in una grave crisi economica che terminerà solo con l’ascesa di Adolf Hitler nel 1933. Artisticamente, invece, fiorisce lo stile espressionista nel cinema muto e nell’arte, come necessità di esorcizzare gli orrori della guerra e raccontare una società che cambia. È in questo contesto che si colloca l’arte del pittore Otto Dix e la vita di Anita Berber, attrice e ballerina, uniti da un celebre dipinto.

La breve ma intensa vita di Anita Berber

Diva e performer ante litteram, Anita Berber ha vissuto solo 29 anni. Eppure la sua vita è stata ricca e intensa. Nata nel 1899 da genitori artisti e bohemién, è stata cresciuta dalla nonna a Dresda. Fin da piccola respira un clima artistico e anti-convenzionale. La sua carriera inizia prestissimo: all’età di 16 anni si trasferisce a Berlino dove inizia a studiare danza, diventando ben presto ballerina di cabaret e modella per alcune importanti riviste di moda come «Die Dame». Divenne immediatamente oggetto di pettegolezzi pubblici a causa della sua bisessualità e della dipendenza da cocaina e dall’alcool. Oltre alla carriera di ballerina e modella, entra a far parte dell’industria cinematografica tedesca, in particolare della corrente dell’espressionismo, venendo scritturata anche dal celebre Fritz Lang ne Il dottor Mabuse. La vita della Berber ruotava intorno agli hotel di lusso, ai nightclub e ai casinò, in cui trascorreva le serate, festa dopo festa: si dice che amasse indossare solamente un’elegante scialle di zibellino e una spilla d’argento con dentro della cocaina. Un’icona dei ruggenti anni Venti, liberi e spregiudicati. Ma nel 1928, la dipendenza da droga e alcool sfociano in una tubercolosi che porterà Anita prima a interrompere le tournée all’estero, e poi alla morte, a soli 29 anni. Oggi riposa al cimitero di San Tommaso a Neukölln.

Anita e lo sguardo di Otto Dix

Anita ballava spesso indossando un pesante trucco, che nel cinema muto e in bianco e nero dell’epoca risultava particolarmente espressivo. Secondo lo stile dell’epoca, tagliava i capelli a caschetto, il famoso taglio «bob» delle flapper girls. È così che appare ritratta da Otto Dix nel celebre dipinto del 1925 «La ballerina Anita Berber», oggi esposto alla Staatsgalerie di Stoccarda. Avvolta in un vestito aderente rosso fuoco, posa con fare superbo di fronte al pittore e allo spettatore: impossibile non rimanere catturati dal suo intenso charme, complice anche lo sfondo rosso scelto dal pittore. Anita è ritratta in piedi, e viene automatico percorrere con gli occhi la sua snella figura, dal basso verso l’alto, fino ad arrivare al volto. Si ha quasi la sensazione di disturbarla, di intromettersi nella sua intimità. Ma forse è proprio ciò che Otto Dix voleva comunicare: un invito ad ammirarla, quasi con timore reverenziale. Il pittore e sua moglie conoscevano la Berber sia professionalmente che personalmente, assistendo a molte delle sue esibizioni). Con questo ritratto, Dix ricorda allo spettatore come l’intera vita di Anita, e la sua stessa persona, siano una performance.

 

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Otto Dix e la Germania del primo dopoguerra

Le tele di Otto Dix (1891-1969) raccontano il Novecento tedesco in modo graffiante e sincero. La sua è la fragile Germania della Repubblica di Weimar, fondata nell’omonima città all’indomani della sconfitta tedesca nella prima guerra mondiale. Dix dipinge una Germania che cambia con un acuto realismo, attraverso un’analisi antropologica della società e dei sui attori. Particolarmente ricorrenti, nei suoi quadri, militari reduci di guerra, ormai emarginati, prostitute, oltre a tematiche come la morte e il trauma profondo della guerra. Lui stesso si arruolò volontariamente nell’esercito tedesco allo scoppio del primo conflitto. Ne rimase profondamente traumatizzato, diventando un convinto pacifista. Il periodo trascorso al fronte lo segnò al punto da influenzare il suo stile pittorico, un realismo crudo e impietoso che non nasconde la denuncia della violenza. Come modelli usò spesso immagini reali di soldati sfigurati, raffigurando corpi squartati e decomposti nelle trincee. Con l’ascesa del regime nazista, Dix fu considerato un artista degenerato: gli venne impedito di esporre le sue opere, ma nonostante questo non lasciò la Germania fino alla seconda guerra mondiale, dove fu catturato dall’esercito francese e rilasciato solo nel 1946.

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Immagine di copertina: © Wikipedia

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