© Michele D'Alessio - Cortesia - Michele Barox

Il muro di Berlino 1961-1989, il libro di Roberto Giardina, decano dei corrispondenti italiani in Germania

Un bel libro per appassionarsi ad un momento storico ancora così vicino nel tempo raccontato da chi ha avuto modo di viverlo e indagarlo in prima persona

“Violando una regola professionale scrivo in prima persona, ma per decenni, vivendo in Germania, e a Berlino, sono stato coinvolto in eventi storici, o in episodi personali, testimone o comparsa, e non posso raccontarli senza spiegare come riuscii a vedere quel che vidi. A volte, per capire la storia sono importanti le storie private”. Così scrive Roberto Giardina nell’introduzione di Il muro di Berlino 1961-1989,  una lettura tanto piacevole, ricca di storie e aneddoti, che riesce a raccontare la storia come fosse un romanzo di avventura. Giardina è nato a Palermo nel 1940 e vive in Germania dal 1986, prima a Bonn poi a Berlino, sempre come corrispondente estero prima specificamente per La Nazione poi per tutto il Quotidiano Nazionale (La Nazione, Il Resto del Carlino Il Giorno). Nel frattempo ha scritto diversi libri con editori sia italiani che tedeschi (Guida per amare i tedeschi, Berlin liegt am Mittelmeer, L’ altra Europa. Itinerari insoliti e fantastici di ieri e di oggi), diventando una delle voci italiane più importanti per capire la Germania di ieri e di oggi.

Il muro di Berlino 1961-1989, il libro

Il muro di Berlino 1961-1989 è il  primo libro di Giardina su un’epoca che è tanto della capitale tedesca quanto del resto del mondo occidentale. Come scrive Giardina: “È la storia della Guerra fredda, dalla sconfitta del Terzo Reich, dal ‘45 a quasi la fine del XX secolo. La barriera in cemento di pessima qualità tagliava una metropoli di tre milioni di abitanti e come una cicatrice segnava il nostro mondo, e ciascuno di noi…Persino la lingua lentamente cambiò al momento del crollo nel 1989 già esisteva un vocabolario per intendersi tra tedesco dell’Ovest e tedesco dell’Est. Parole contaminate dal russo da una parte, dallo slang americano dall’altra. Plastica: plast all’Est, plastik all’Ovest“.

Il muro di Berlino 1961-1989, un estratto dal racconto su Conrad Schumann

Giardina ha avuto il talento e la possibilità di intervistare alcuni dei protagonisti di storie che, a distanza di 30 anni, ancora raccontano la storia del Muro più di date e dichiarazioni politiche. È il caso di Conrad Schumann, intervistato nel febbraio del 1990, di cui vi lasciamo un estratto.

«Ero tentato fin dall’alba, andavo avanti indietro lungo il rotolo di filo spinato; “ora o mai più” e saltai». Si chiamava Conrad Schumann, aveva 19 anni, era caporale dell’esercito della Germania Est: giunse nel mondo libero a piè pari, il fucile in spalla. L’ho incontrato e mi racconta quel giorno, quel momento, 28 anni dopo, nel soggiorno della sua villetta alla periferia di Ingolstadt, in Baviera. Ho davanti a me un uomo appesantito, il viso gonfio, forse per l’alcol. La moglie Kunigunde i due figli lo guardano con distacco, con sufficienza, non capiscono perché tutti a un tratto vengano a trovare il marito, il padre. Conrad è operaio alla Audi.

«Che cosa pensai mentre correvo verso il filo spinato… non ricordo, forse non pensai, o pensai che i miei compagni non mi avrebbero sparato alle spalle. Ma non si sa mai».

Conrad giunse dall’altra parte, nel mondo libero, e lo presero in custodia. Quindici giorni agli arresti: gli americani lo interrogarono a lungo, non si sa mai, poteva essere una spia dei rossi. Si sposa, un buon lavoro, i figli, questa è già tutta la sua vita.

«Non sono tornato dall’altra parte. La Ddr esiste ancora, io fui condannato per la fuga, potrebbero sempre arrestarmi». Appunto, non si sa mai. Il muro è caduto il 9 novembre e siamo a febbraio, ma non si sa che fare. Unire le Germanie, o continuerà a esistere una Germania all’est e l’altra all’ovest, una ricca e l’altra no? La giornata è livida, gli alberi sono spogli nel piccolo giardino coperto di neve. Entra una luce grigia. 

E al suo paese, i suoi parenti, non vi siete subito cercati, non vi siete sentiti dopo il 9 novembre?

«Per loro sono un traditore, non abbiamo avuto rapporti in questi anni, e neanche ora».

I giornalisti sono andati a parlare con gli abitanti del suo paese natale in Sassonia, Zschochau, un nome impossibile , 653 abitanti nel 1990. Tutti ricordano il giovane Conrad che venne arruolato in altra epoca. «Un idiota», dice la vicina «è saltato, bella impresa, e ci ha messo tutti nei guai».

«Tornerò», assicura un altro Conrad, ma è incerto, ho l’impressione che lo dica per me, perché crede che io me lo aspetti. «Tornerò quando tutto sarà finito, quando sarò sicuro… man weiss es nie», non si sa mai. La sua foto, fermato in quel salto, elegante, leggero, continua ad apparire nei libri di storia, sulle riviste, sui giornali, negli articoli rievocativi sul muro, è sulla copertina di molti libri in diverse lingue, la vendono come cartolina nei negozi di souvenirs. E non si ricorda mai il nome del soldato che salta.

Conrad Schumann si impiccò otto anni dopo nel giardino della sua villetta, il venti giugno del 1998. Qualche riga nei giornali, una notizia a una colonna che lessi per caso. Una notizia imbarazzante da commentare. Un suicidio che rovina una bella storia.Mi rattristai, quel giorno nel soggiorno, davanti a moglie e figli che lo guardavano senza amore: sentii che Conrad cercava almeno la mia comprensione. Fermo in quel salto, non era mai giunto da nessuna parte. Ma per rispetto per quel giovane e per quell’uomo solo, non dovremmo dare un’interpretazione politica al suo ultimo gesto. Il mondo libero raggiunto con un bel salto cinematografico non valeva la pena di rischiare la vita? Non dovremmo chiederci perché qualcuno decide di uccidersi. Il perché, neanche Conrad, lo sapeva. Non si sa mai il perché…

Il muro di Berlino 1961-1989

di Roberto Giardina

editore Diarkos

prezzo 15, 30 €

acquistabile in libreria o online qui 

Foto: © Michele D’Alessio – Courtesy

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