Muro di Berlino, la storia di mia madre, cittadina della DDR

Vi racconto la storia di mia madre e della sua Berlino

Quando penso che soli venticinque anni fa questa meraviglia di città era divisa da un cumulo di mattoni a forma di muro, ancora rimango basita. E’ per me inconcepibile credere che quei pezzi di muro colorati che oggi rappresentano una delle attrazioni principali di Berlino, siano stati all’epoca il simbolo di una guerra e l’ostacolo fisico effettivo a ciò che noi tutti oggi diamo per scontato: la libertà.
Ed è ancora più inconcepibile per me sapere che tutto ciò fa parte della storia personale di mia madre, nata e cresciuta nella DDRFin da piccola ho ascoltato con piacere ed enorme curiosità i racconti relativi a quel periodo della sua vita. Testimonianze tanto affascinanti quanto surreali per me, cresciuta in tutt’altro universo.

I racconti sull’invidia che a volte provava quando pensava ai suoi parenti che vivevano a Ovest e quelli sulla gioia di quando proprio quest’ultimi le inviavano pacchi regalo con oggetti assolutamente introvabili nel suo mondo. La storia del telefono che i miei nonni, per motivi di lavoro, avevano in casa e che, in quanto cosa eccezionale per l’epoca e il luogo, aveva indotto tutto il vicinato a credere in una loro collaborazione con la Stasi. La storia della sua vacanza in Ungheria in cui per la prima volta incontrò colui che sarebbe divenuto mio padre e quella delle diecimila peripezie e della lotta estenuante che ha dovuto affrontare per sposarlo e trasferirsi in Italia. Il racconto di quando, accompagnata da un’emozione disumana, ha per la prima volta in assoluto posato i piedi a Ovest e quello delle cose che la stupirono e in un certo senso sconvolsero una volta arrivata in Italia. Una su tutte? Le pareti completamente bianche delle abitazioni, cosa che, abituata alle tappezzerie tipiche della DDR, non aveva mai visto prima di allora.

Tra tutte queste storie decido però di condividere con voi la mia preferita in assoluto

Aveva all’incirca 12 anni quando per la prima volta vide Berlino. Viveva in una città poco distante, giusto un paio d’ore di treno, e quel giorno insieme ai suoi compagni di classe avrebbe visitato la capitale. Ovviamente solo la parte Est. Dopo aver visto con gli insegnanti e la guida i vari punti di interesse, arrivò il momento più amato da tutti gli studenti in gita scolastica: il tempo libero.

Avevano un’ora a disposizione. Alcuni dei suoi compagni decisero di riposarsi in un Café, altri di andare a fare un giro per negozi e mentre lei e le sue amiche ancora stavano discutendo sul da farsi, a una di loro venne un’idea geniale: “Io so cosa possiamo fare! Non molto lontano da qui abita mia zia e so che dal suo palazzo, se saliamo fino in cima a tutte le scale, possiamo vedere l’OVEST!”.

A tale affermazione, l’entusiasmo travolse come uno Tsunami il gruppetto di amiche che, ovviamente senza pensarci nemmeno un centesimo di secondo, accettò la proposta. E così iniziarono a camminare ansiose e agitate verso quel famigerato palazzo. Arrivate di fronte al portone, come se a quel punto iniziasse una gara di velocità, tutte iniziarono a correre senza sosta e il più rapidamente possibile per le rampe di scale. Ognuna di loro voleva essere la prima ad avere quella tanto attesa visione. Arrivate in cima alle scale, videro la finestra affacciata sulla libertà. Da quel momento in poi il silenzio si impadronì di quel pianerottolo. Erano incantate e ammutolite di fronte alla vista di quel mondo che non avevano mai visto con i loro occhi e che ben sapevano non avrebbero mai potuto vivere. Non riesco nemmeno lontanamente a immaginare la sensazione provata in quel momento da mia madre. É forse la stessa che io proverei se mi mettessero di fronte a una finestra affacciata su un altro pianeta, un suolo che mai potrò toccare con i miei piedi.

Fu forse la prima volta che si rese realmente conto di essere a tutti gli effetti chiusa in una gabbia. Al di là di quelle sbarre il mondo non le sembrò però poi tanto diverso e notò come il cielo che ogni giorno le copriva il capo era esattamente lo stesso che copriva quella terra irraggiungibile. E forse questo pensiero le servi un po’ da consolazione.

Ma nonostante ciò, con estrema fatica riuscì a staccarsi da quella finestra e a tornare dall’altra parte del mondo.

Chissà quant’era grande in quel momento la sua speranza nel riuscire un giorno a camminare tra quelle strade di Berlino Ovest. Chissà quale gioia immensa avrebbe provato se qualcuno in quell’istante le avesse detto che un giorno il suo sogno di libertà non sarebbe più stato un’utopia ma semplice realtà. E chissà se a volte mentre cammino tra le vie di Berlino Ovest, mi trovo esattamente in quel punto che, ormai poco meno di quarant’anni fa, quella bambina che mi ha messo al mondo fissava con aria sognante da una finestra lontana.

Berlino Schule tedesco a Berlino

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Immangine di copertina: © PeterDargatz, CC0

7 commenti
  1. Angelo
    Angelo dice:

    Si sente che i racconti di tua madre ti hanno emozionata tanto e sei stata brava a renderlo nell’articolo. Mi chiedevo: ti ha mai raccontato qualche dettaglio di cosa vide da quella finestra oltre alla libertà?

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  2. Valentina Carrara
    Valentina Carrara dice:

    certo: il muro che divideva la città, che non era solo uno ma due con di mezzo la famosa “terra di nessuno”, edifici e qualche auto che non aveva mai visto. Niente di sconvolgente ma ugualmente molto emozionante! 🙂

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  3. Luca Smith
    Luca Smith dice:

    Grazie per aver condiviso questo racconto della tua vita personale, pagherei oro per passare un solo istante con tua madre e ascoltare le sue storie.
    Grazie ancora

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  4. sara mion
    sara mion dice:

    complimenti Vale, sembra una storia surreale per noi che non abbiamo vissuto in quella situazione..invece era pura realtà!

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  5. Egle
    Egle dice:

    Leggo questo post dopo tutti questi anni ma mi da un’emozione forte . Ho vissuto a Berlino ovest nel 78 in pieno periodo “divisione”. Ho visitato Berlino est più volte in quel periodo. Erano due mondi diversissimi, l’esatto opposto l’uno dall’altro. Da una parte la vita più sfrenata, locali, ristoranti e discoteche aperte 24 ore su 24, il consumismo più folle. Sembrava quasi un paese dei balocchi. Sembrava quasi una vetrina per mostrare all’altra parte quello che gli altri non potevano essere. Ad Est era tutto buio, spento, triste lugubre. Negozi vuote, strade deserte, buie e deserte. Case con ancora segni di proiettili. La desolazione più completa. La cosa che mi ha sempre colpita in quel periodo era che ad ovest più nessuno parlasse del muro. Come se fosse stato lì da sempre. Come un dato di fatto. O come una vergogna di cui nessuno volesse parlarr

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