Com’è stato il Pride di Berlino

La puntualità a Berlino coincide con il tempismo (Nicholas 12:04)

Sono tedeschi, ok, ma quando dicono che un evento inizia a un certo orario, inizia veramente a quell’orario. E’ stato un Pride infinito, ma ne è valsa la pena: sulla pagina Instagram di CSD dicevano che sarebbe iniziato a mezzogiorno e infatti è iniziato alle 12.04 (non come i cortei in Italia, a cui devi aggiungere un’ora e mezza rispetto all’orario indicato); è finito ufficialmente a mezzanotte, ma in realtà la musica a Tiergarten andava avanti a oltranza, e i club non si sono sprecati coi rave fino a lunedì mattina.

I carri erano però così tanti che, quando sono arrivato alle 2 a Potsdamer Platz, poco dopo il luogo di inizio della parata, dovevano ancora passarne un bel po’. Dato che sono arrivato un’ora prima rispetto ai miei amici, mi sono ritrovato a fare tutta la parata da solo, per circa sei ore. Con circa un milione di partecipanti al corteo, internet faceva fatica ad andare a tutti. Sono quindi stato naturalmente portato a fare amicizia con gente a caso e a farmi passare le birre dalla gente che stava sui carri. Ma tutte le persone erano prese bene, e forse anche un po’ felici di sentire finalmente qualcosa che non fosse techno a Berlino (sì io la techno la amo, ma un po’ di sana Lady Gaga ci sta sempre).

Affinità e differenze con l’Italia: devo dire che ai Pride italiani a cui sono abituato c’è più trash e più colore in giro. Ci sono persone vestite in modi assurdi che esprimono gioia e diversità. Qua a Berlino, che è una città che aborrisce completamente il trash, ho visto gente molto più sobria.

Una parata in cui non manca niente a parte il caldo, l’odio e  qualche spati in più (Simone 17:00)

Sembra essere finita l’aria per quanta gente c’è. Scavano tutti il loro posto sul tracciato per la marcia. Arrivo alle 17:00 alla stazione di Postdamerplatz e, appena uscito dalla metro, mi imbatto nella fila di camion che chiude il corteo. L’entusiasmo è tangibile, come la festa del santo; come una festa dell’unità. La sensazione che Berlino si costruisca intorno a questi eventi, è evidente. Sono file infinite, dove invece che aspettare di entrare per ballare, si balla mentre si è incolonnati. Un contro altare alla cultura dei club, dove la fila pre serata dura quanto la serata stessa. L’incertezza che possa essere quella fila, la sola serata che farai. Si riduce tutto alla dimensione collettiva. Ma a Berlino quello che è collettivo passa attraverso la musica, le sintetiche e i frullati alla banana, come se ci fosse una sola strada per non sentirsi soli.

Risalgo la carovana troppo velocemente, cercando di ricongiungermi con facce familiari. Attraverso questo mash-up di camion, techno e la stessa densità di persone del Giubileo a Roma per il discorso del Papa.

I Camion raccolgono un po’ tutti, dai più freschi a più storici, comprese le categorie sociali che sembrano esserci tutte, senza che nessuna pesi su tutti gli altri. Banche, assicurazioni, fans di Hanna Montana e distributori di bolle di sapone e baci rosa shokking.

Le “conseguenze dell’amore” da Pride

Chi sta sui camion, ha la faccia soddisfatta dalla riuscita di un posizionamento intelligente. Una carovana che attraversa l’oceano di persone presenti, con l’apparente sensazione di non dimenticarsi di nessuno. La parata, però, non ha avuto luogo solo sul tragitto. Come tutti i fenomeni di una certa consistenza, le situazioni collaterali hanno rilevanza. Si crea una corrente a bordo strada, tra chi si imbosca tra gli alberi per urinare, copulare o entrambe le cose, come effetti delle “conseguenze dell’amore”. Colori, cuori per tutti, annaffiate di acqua fresca sparate con i fucili da spiaggia e, a quanto pare, pure alcool a buon mercato. Non manca niente in questa parata, solo il caldo, per fortuna.

Breve guida su come seguire i carri durante la parata (Lorenzo 16:30)

Dalle 12 fino alle 22 più di 50 camion adibiti a carri da festa hanno sfilato per decine di chilometri attraverso il centro di Berlino. Ognuno con il suo stile e flow musicale. Vederli sfilare uno dietro l’altro è uno spettacolo per gli occhi e una goduria per le orecchie: come tanti piccoli assaggini delle varie specialità del mondo, dal reggaton latino-brasiliano all’hard tekno Mercedes Benz.

A volte succede che, dopo un primo boccone di antipasto, salga la voglia di gustarsi l’intero menù della casa. Ecco allora una breve guida su come riuscire a prendere la scia dei carri/camion e godersi lo show coreografico e musicale dalla prima fila mentre si balla marciando.

Spesso capita che i dintorni dei carri portatrici di sound accattivanti vengano in poco tempo presi d’assalto da centinaia di persone contemporaneamente. Quando poi i mezzi riprendono il transito è molto facile essere risucchiati dalla corrente umana che insugue il camion da dietro, passando in pochi istanti da centimetri a centinaia di metri di distanza dalle station mobili. La risalita non è sempre agevole tra folla e ostacoli per i piedi, con il risultato che la corsa sotto al camion dei desideri parta senza che si riesca a saltare a bordo.

Postazione laterale = assicurazione sulla vita (a maggior ragione se sotto il carro Allianz)

Il metodo che sentiamo vivamente di poter consigliare per le prossime parate è quello di stazionare nella parte laterale a ridosso dei veicoli piuttosto che in quella posteriore. Molti camion hanno l’impianto sonoro rivolto pure verso i lati, quindi anche a livello di sound non si perde nulla, ma soprattutto si riesce a stare al passo dei mezzi, facendosi trasportare dalle note e dalle gesta di chi balla sopra per chilometri e chilometri.

Ogni carro è circoscritto da un perimetro mobile intorno a sè, delimitato da una corda tenuta e mossa a tempo dalla security. Preso il posto che fiancheggia la corda sotto il lato del camion, come per incanto il corpo entra totalmente in sintonia con il moto delle ruote, delle note e della carovana di persone avanti e dietro te. Le gambe procedono in modo ordinato e saltellante tenendo l’andatura, mentre le braccia aleggiano libere, disegnando traiettorie in aria o acchiappando i rinfreschi alcolico-energizzanti, offerti da chi ha realmente il posto a bordo.

La nostra recente esperienza al Pride 2023 di Berlino ci ha visti catturati dai bassi techno del carro Allianz. Si proprio Allianz, il colosso assicurativo tedesco. Tra le facce soddisfatte dei manager 60enni della compagnia, che con sguardi e movimenti di testa sembravano approvare molto il genere musicale e gli outfit floreali dei partecipanti, ci siamo fatti trasportare anche noi dal loro flusso, riuscendo a tenere il passo del mezzo per l’ultima tratta della parata da Colonna della Vittoria fino a Porta di Brandeburgo. Una vera garanzia per la (bella) vita.

Nuotare nell’ abbraccio di una marea umana, trasportati dalle correnti emotive (Irene 15:00)

Non è il mio primo Pride, ma di sicuro uno dei più densi che abbia vissuto. La marea di gente che ti accoglie non appena arrivi nei pressi della parata è gigante. Ti abbraccia con entusiasmo senza perdere il ritmo di qualsiasi musica si stia ascoltando sotto camion. Tanta è la facilità disarmante con cui puoi fare amicizia con chiunque, quanto è difficile ritrovarsi con chi ha avuto la sfortuna di non scendere alla tua stessa fermata di s-bahn allo stesso orario. Non importa, dopo un po’ di ricerche decidiamo di goderci questa compagnia che vede entrare e uscire persone ogni quarto d’ora…  o forse era un’ora?

Il tempo vola, senza che ce ne si renda conto abbiamo marciato, ballato e provato a cantare improbabili testi in tedesco di love ballad anni ’80 per sei ore. Si è fatta una certa ed effettivamente ci sono ancora due priorità da assolvere. Una è trovare un kebabbaro degno che possa sfamare i nostri animi affamati di doner. La seconda, forse imprescindibile esperienza che vogliamo fare in questa giornata, è partecipare al concerto dei Tokyo Hotel che chiuderà il CSD 2023.

Winx e Tokio Hotel

Non so il perché di questa irrefrenabile urgenza. Non sono mai stata una groupie, ma nemmeno una conoscente distante del gruppo emo. Sarà che quando Martina mi hanno fatto ascoltare Monsoon un po’ di giorni prima mi è partita una nostalgia inaspettata. La canzone mi ha riportato ai pomeriggi da dodicenne a fare le prime prove trucco con le amiche, a guardare con ammirazione alle sorelle più grandi che ascoltavano le canzoni di ragazzi truccati e con i capelli lunghi.

Forse, senza saperlo, quello è stato il mio primo approccio a un modo diverso di esprimersi, un esempio non conforme al mondo binario di winx e dragon ball a cui ero abituata.  Alle soglie dell’adolescenza per la prima volta ho percepito la possibilità di un modo d’essere altro, mi sembrava distante e irraggiungibile, ma oggi al Pride mi rendo conto che, ormai, di quel mondo, faccio parte anch’io.

La mia bisnonna e il Pride (Martina 15:39)

Dieci anni fa, parlando con la mia bisnonna, che era una donna anziana dolce ed estremamente gentile, mi raccontò un aneddoto di 80 anni fa, che accadde nel mio paese:” Al tempo esisteva un ragazzo omosessuale che aveva “manie di esibizionismo” e che osava svestirsi nudo in terrazzo, a pochi metri dalla strada principale del piccolo paesino di cui lei, e poi io, facemmo parte.  

Mi racconta a 80 anni di distanza, come se fosse qualcosa di indelebile e fisso nella sua mente, un ricordo autentico che nemmeno la demenza e le malattie della vecchiaia avevano cancellato, che essi era “un maniaco sessuale” ai suoi occhi cattolici, e che la gente tendeva a riciclare questa frase, rivolgendosi a lui: “scondete e vergognate, valà, putinòt” che in veneto tradotto sarebbe “ma dai vergognati e nasconditi, pagliaccio”. 

Un giorno seriamente si nascose, e non si fece mai più vedere. Poi si riciclava la frase “Chi sa dove che le el putinòt”.

Dieci anni dopo a Berlino

Passano relativamente pochi anni ed io mi ritrovo al pride di Berlino, uno dei più importanti pride d’Europa, con poche aspettative.  

Vengo travolta da un’ondata, non so di che. Da un’ondata di dubbi, di confusione. Troppe, nessuna, centomila domande e per giunta centomila ragioni per manifestare. Berlino, o forse i pride in generale, in certe cose è magica. In certe, minime, stupefacenti cose. Berlino ti fa sentire a casa anche se la tua casa è a mille chilometri da qui. Ti fa sentire in una stanza di casa mai visitata, in una soffitta proibita, che però è tua. Ci stai dentro in quella soffitta, la giri e la rigiri da solo e la scopri tutta d’un fiato. Il motto è “Be their voice – and ours! …for more empathy and solidarity!” e la voce unanime la si sente non solo accompagnata dalla musica dei cortei, ma anche una voce di rumore coordinato di passi, di movimenti quasi ci fosse un direttore d’orchestra sopra i camion dei cortei, o un burattinaio che con i suoi fili dall’alto del camion spostava i corpi molli, tutti armonicamente insieme.  

E con quel contesto, c’è da chiedersi, cos’era per la mia bisnonna l’amore? E cos’è per me, cos’è per costoro?  Il pride lotta per le domande che la società non si è mai fatta, forse. O forse lotta perché la gente cerchi di rispondere a questa domanda, e ne rimanga interdetto. Il pride lotta per il putinòt, perché penso di averlo visto.

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