“Io, ballerino italiano in Germania dal 2011: più casting e fatti meglio, ma niente pensione”

Emanuele Corsini è un ballerino italiano che lavora al Friedrichstadt-Palast di Berlino. Vive in Germania da 10 anni e ci racconta il mondo del ballo

«Ho trent’anni, sono nato in Italia a Cattolica, in provincia di Rimini. All’età di circa sei anni ho iniziato a studiare danza dopo un corso estivo in cui ho potuto fare esperienza di diverse discipline sportive. La danza mi ha appassionato e così ho iniziato anche i corsi invernali, ovviamente affiancati alle scuole elementari». Emanuele Corsini è un ballerino italiano che danza nella compagnia del Friedrichstadt-Palast. Trasferitosi in Germania per lavoro circa 10 anni fa ha ballato prima nella compagnia del teatro di Dresda e poi ha ottenuto un contratto a Berlino. Ci racconta la sua interessante storia nel mondo del ballo: com’è cominciata la sua passione, ma anche quali sono le luci e le ombre di questo mestiere, i tratti positivi e negativi dell’universo dello spettacolo italiano e di quello tedesco.

«Prima sono partito con la danza moderna, funk, hip-hop nella scuola di Erika Rifelli. Da lì poi mi sono focalizzato sulla danza classica e mi sono trasferito a Riccione, fino all’età di 15 anni dove frequentavo la scuola di Antonella Bartolacci. Continuavo a vivere a Portoverde con la mia famiglia. Poi è arrivato il momento in cui ho iniziato a capire che il ballo era  per me qualcosa di serio e che volevo intraprendere una carriera».

«Ho fatto audizioni per le accademie di danza riconosciute in Italia e all’estero e sono stato ammesso all’English National Ballet School di Londra, al teatro dell’Opera di Roma, all’accademia della Scala di Milano e al San Carlo di Napoli. Ho fatto il primo anno a Roma, poi mi sono trasferito a Milano per frequentare la Scala. In quel periodo vivevo da famiglie che ospitavano giovani talenti della danza. Nel frattempo continuavo anche gli studi di liceo classico prima a Rimini, poi a Roma, poi nel liceo serale a Milano. Mi sono diplomato all’età di 19 anni a pieni voti».

Foto gentilmente concessa da Emanuele Corsini

L’arrivo in Germania

«Finendo il percorso accademico alla Scala ho iniziato a fare alcune audizioni per compagnie italiane ed europee. Le offerte più interessanti erano di rimanere nel teatro milanese o di entrare a Dresda come apprendista oppure di firmare un contratto per un corpo di ballo a Praga. Ho deciso di intraprendere l’ esperienza estera e di lasciare Milano. Nel 2011 ho quindi iniziato il mio primo lavoro a Dresda, fino al 2016, in un teatro meraviglioso. La compagnia di ballo è quotata tra le prime dieci in Europa e il repertorio spazia dai classici a tutto ciò che è neoclassico e contemporaneo. Sono partito da apprendista, fino ad ottenere ruoli solisti. Un’esperienza gratificante ma non semplice, anche perché non conoscevo ancora il tedesco. Nel primo periodo mi sono concentrato sul miglioramento dell’inglese che era la lingua di lavoro a Dresda. Poi è stato necessario migliorare anche il tedesco».

«Ero stato a Berlino per trovare amici o per qualche progetto e venendo a contatto con la città ho sentito subito un certo interesse. Ho cominciato a valutare le mie opzioni come ballerino a Berlino e il caso ha voluto che, proprio quando questa idea cominciava a concretizzarsi nella mia mente, sono venuto a conoscenza che per il Friedrichstadt-Palast cercavano due ballerini maschi alti. Io sono un metro e novanta e questo a volte gioca in mio favore ma non è sempre quello di cui gli organici hanno bisogno. Dopo le audizioni ho avuto un contratto per iniziare a lavorare con la compagnia dall’anno successivo».

Foto gentilmente concessa da Emanuele Corsini

I rapporti con l’Italia

«Sono 15 anni che sono lontano dalla mia famiglia e da 10 anni in Germania. Inizia a mancarmi il fatto di aver perso così tanto tempo vicino alla mia famiglia e la sensazione di sentirmi a casa e nel mio Paese. Nonostante i tanti anni c’è qualcosa che rimane che ti lega alla tua nazione. Tutto questo mi suscita il desiderio di riavvicinarmi in un futuro più o meno vicino. Non vedo però possibilità per me di reinserirmi nel mondo dello spettacolo una volta arrivato in Italia come ballerino più maturo. Anche per quanto riguarda ballerini giovani in Italia c’è una situazione molto bloccata e carente».

Le differenze tra Italia e Germania

Dalle parole di Emanuele emergono le luci e le ombre di due sistemi molto diversi tra loro, quello italiano e quello tedesco.  «In Italia ho lavorato solo al teatro alla Scala per qualche produzione: si trattava di contratti brevi quando ero ancora allievo. Non ho esperienza di cosa significhi fare il ballerino a tempo pieno in Italia ma sicuramente quello che posso dire è che quando mi sono affacciato al mondo europeo mi sono reso conto che all’estero ci sono contratti che hanno una durata diversa. In Italia molti contratti diventano a tempo indeterminato dopo anni e anni, concorsi, tante audizioni, nonostante tu faccia già parte dell’organico. All’inizio invece ci sono contratti molto brevi, che possono durare anche 30 o 40 giorni».

Foto gentilmente concessa da Emanuele Corsini

«Questo è un sistema che all’estero generalmente non c’è. L’offerta è almeno di 6 mesi, solitamente per una stagione intera e hai comunque una sicurezza minima. Questo è già un aspetto che per noi ballerini è fondamentale ed è meglio di mettersi a fare e disfare dopo un mese o due. Nella realtà italiana i ballerini giovani vengono frequentemente scritturati solo per il periodo di produzione. Poi c’è la serietà che all’estero viene dimostrata rispetto a un artista e a un ballerino che è diversa rispetto all’Italia».

«D’altra parte arrivati a fine carriera in Italia la situazione è migliore rispetto a quella della Germania. Ci si mette tempo ad arrivare alla stabilità ma quando si arriva si ha un posto di lavoro fisso e il diritto alla pensione, perché per i ballerini c’è l’età di pensionamento a 47 anni. Per quanto riguarda gli stipendi di un ballerino classico parte di un organico, in Germania sono migliori ma non in maniera enorme. In più qui i ballerini, una volta terminata la loro carriera, non hanno diritto a nessun tipo di pensione. Quindi prendi uno stipendio poco più alto quando sei attivo come ballerino ma non hai nessuna entrata fissa quando la tua carriera finisce».

I pro e i contro del lavoro per un grande teatro

«Facendo riferimento a Berlino in particolare, la mia esperienza è sempre stata quella di essere sotto contratto con un grande teatro, con tutti i pro e i contro. Si fa parte di una grossa macchina e si è all’interno di una rigida routine. Questo porta con sé vantaggi e svantaggi rispetto ai rischi ma anche alla libertà di gestione di chi è freelance».

«Quando come ma fai parte di un grande teatro devi funzionare come una macchina al 100 per 100. Noi abbiamo un piano settimanale di sei giorni su sette, fatto di lezioni e allenamenti la mattina, una pausa pomeridiana in cui cerchi di gestire la tua vita e la sera andiamo in scena. Posso gestire questi ritmi grazie alla passione che mi lega a questo lavoro che ripaga al 90 per cento gli sforzi. Oltre alla fatica c’è l’orgoglio e il piacere di lavorare in qualcosa in cui credi».

«Penso di essere un privilegiato perché ho fatto della mia passione una professione e ho avuto la grande opportunità di esibirmi in un grande teatro ma a volte ci si sente affaticati dai ritmi, e dalla struttura ripetitiva e rigida. Per quanto riguarda i freelance Berlino, rispetto all’Italia, offre molte opportunità di diverso genere. Se qui un ballerino è disponibile nel reinventarsi e lasciarsi plasmare da quello che viene richiesto c’è sicuramente molta più offerta e anche più apprezzamento di questo genere di spettacoli ed eventi. Ci sono opportunità anche non per enti grossi, in piccoli gruppi o progetti. Far parte di una grossa macchina ha però anche tanti vantaggi.  In pandemia sono stato fortunato a essere sotto contratto in una situazione abbastanza stabile perché parte di un organico fisso che ha continuato a pagare i suoi dipendenti e i suoi ballerini con una sorta di cassa integrazione».

 

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I casting

«Il sistema delle audizioni per entrare a far parte di un organico come ballerino è diverso in Germania. C’è molta più disponibilità a far venire il ballerino per una prova che dura una giornata che sia anche compatibile con i suoi impegni. In Italia  sono più comuni le audizioni pubbliche, in cui il teatro dà la possibilità a un centinaio ballerini di presentarsi in una, due massimo tre date. Qui si usa l’audizione privata. Non è un casting in cui ti presenti e balli da solo. Hai la possibiltà di inserirti nel programma del teatro insieme alla compagnia di danza e in quel momento vieni osservato dalla direzione, come se già fossi inserito in un giorno di prova».

«Poi una volta che hai firmato il contratto iniziano i casting interni alla compagnia per lo spettacolo in sé e inizia la scalata. Si lotta per essere notati e ottenere una buona parte, anche perché al Friedrichstadt-Palast lo show viene messo in scena per i due anni successivi ed è quindi particolarmente importante riuscire ad avere un buon ruolo».

Il palco del Friedrichstadt-Palast

«Sul palco del Friedrichstadt-Palast viene messo in scena uno spettacolo che subisce le influenze dei musical di Broadway e di alcuni elementi del Cirque du Soleil. Mentre i ballerini lavorano anche per diversi anni a più produzioni diverse gli acrobati vengono scritturati per un unico show, per circa due anni, in base alla loro specializzazione. Si tratta di uno spettacolo per tutti i gusti che racchiude stili molto diversi, anche di danza. Nel corpo di ballo siamo circa 40 donne e 20 uomini, tutti di formazione classica, provenienti da accademie europee e mondiali. Un altro elemento importante sono i costumi stravaganti, disegnati da stilisti di grande livello come Thierry Mugler e Jean Paul Gaultier».

«Si tratta di un’enorme macchina con ballo, canto e pezzi acrobatici. Anche la struttura del palcoscenico è complessa, con grandi effetti scenici all’avanguardia e pezzi che non possono essere mossi e trasportati in altre situazioni. La produzione viene creata con un periodo attivo di prove di circa  6 mesi. Dopo la prima va in scena sei volte alla settimana per circa 2 anni».

 

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«Ci sono circa 1900 posti all’interno del teatro e all’inizio è difficile da comprendere. In qualsiasi realtà italiana è impensabile portare uno spettacolo per più di un mese, mese e mezzo e riempire ancora il teatro. L’esempio del Friedrichstadt-Palast  è impressionante ed è straordinario come si riesca a tenere vivo l’interesse per due anni pur rimanendo nella stessa città. Per noi artisti la sfida è quella di mantenere l’entusiasmo per tutto il tempo. Talvolta c’è la possibilità di cambiare ruolo all’interno dello spettacolo. Se si perde l’entusiasmo si è più a rischio infortuni: il corpo ti fa lo sgambetto».

Le produzioni al Friedrichstadt-Palast

«Da quando sono al Friedrichstadt-Palast ho avuto la possibilità di partecipare a tre produzioni: le prime due sono state The One e Vivid ma quest’ultimo spettacolo è stato compromesso dall’inizio della pandemia. Da agosto dell’anno scorso abbiamo iniziato la produzione attuale Arise che ha rappresentato un momento di risurrezione e ritorno alle scene dopo un anno e mezzo di chiusura totale. Non c’erano più i tempi e i requisiti per rimettere in scena Vivid».

«Abbiamo deciso di usare i mesi di chiusura per lavorare a questa novità. In quel periodo noi come professionisti potevamo incontrarci per fare prove e allenamento con tutta una serie di restrizioni: tamponi tre volte alla settimana, maschere, gruppi più piccoli, un certo tipo di distanza tra un ballerino e l’altro. Non c’erano però i requisiti per invitare il pubblico e quindi è stato un periodo che abbiamo sfruttato proprio per preparare questo grande ritorno con una grande produzione. Noi abbiamo 1900 posti. Lo spettacolo ha dei costi tali che non può essere messo in scena se non per un grande pubblico e questo non era possibile. Si è trattato dunque di un periodo utilizzato a pieno per le prove e la preparazione dietro le quinte per poi aprire ad agosto e fino ad ora abbiamo avuto un riscontro molto positivo».

«Arise è uno spettacolo che è un po’ una metafora della risurrezione che tutti ci auguriamo dopo questi periodi difficili. È la storia di un fotografo che perde la sua musa, la fotografia, e che attraversa fasi di perdizione e di tristezza. Dubbio, precarietà, crisi di identità vengono messi in scena come vissuti da lui ma sono elementi e aspetti verso i quali tutti noi possiamo trovare qualcosa in comune. Riesce poi a ritrovare la sua identità e la sua passione e a esprimere di nuovo con la fotografia il valore del tempo e della luminosità della vita. Gli effetti speciali sono grandiosi, ci sono fontane e un palcoscenico che si sviluppa in tutte le dimensioni, i costumi sono particolari, i pezzi di danza tosti da un punto di vista tecnico».

 

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I progetti per il futuro

«Ora sono in una fase in cui desiderio scoprire e capire cosa potrà riservarmi il futuro. Ho 30 anni e 35 anni è l’età media in cui i ballerini di solito finiscono di danzare. Pensare a questo mi mette in grande difficoltà soprattutto emotiva. Pensare che un’esperienza del genere possa finire non è facile. La danza unisce l’arte a un certo tipo di fisicità che nel tempo si va perdendo. Bisogna capire come reinventare la propria vita dopo il termine della carriera».

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