La storia del Premio Nobel per la pace a Albert Schweitzer

La storia Albert Schweitzer, professore di Strasburgo che scelse di diventare medico missionario in Africa

Da giovane, Albert Schweitzer si dedicò agli studi di teologia e filosofia. Ma nel 1904 maturò la decisione di recarsi in Africa per assistere i deboli e i malati. Dopo aver conseguito la laurea in medicina, partì alla volta del piccolo villaggio di Lambaréné, in Gabon, dove fondò un ospedale. Da quel momento e per tutta la sua vita cercò di portare avanti la sua missione. Per questa sua attività umanitaria fu insignito del Premio Nobel per la pace nel 1952.  

Gli studi giovanili

Albert Schweitzer nacque nel 1875 in Alsazia, nell’allora Impero tedesco. Si dedicò fin da giovane alla musica, mostrando grande passione per l’organo e per Bach. Nel 1893 iniziò i suoi studi di filosofia e teologia all’Università di Strasburgo, conseguendo la laurea in filosofia nel 1899 e l’anno successivo in teologia.  Nel 1902 ottenne la cattedra di teologia a Strasburgo. Continuava nel frattempo la sua brillante carriera di organista, ottenendo anche riconoscimenti a livello internazionale. Ma nel 1904, animato dal suo spirito umanitario e dalla sua empatia verso il prossimo, prese una decisione che avrebbe cambiato la sua vita. 

La vocazione umanitaria e la scelta dell’Africa

Leggendo i giornali missionari francesi provenienti dall’Africa, in cui si lamentava la carenza di personale medico, Albert era sempre più risoluto nel voler abbandonare Strasburgo e partire alla volta dell’Africa per aiutare i deboli e i malati. Decise così di intraprendere gli studi per diventare medico. Si laureò nel 1913, conseguendo la specializzazione in malattie tropicali. Nel 1913 si imbarcò per l’Africa insieme alla moglie Helene, un’infermiera animata dai suoi stessi principi. La loro destinazione era Lambaréné, un piccolo paese nella giungla del Gabon, allora colonia francese. Qui si impegnarono a realizzare un primo rudimentale ospedale, dove poter curare le malattie che affliggevano la popolazione locale, che viveva in condizioni di estrema miseria. Pur tra innumerevoli avversità, l’ospedale cresceva, da tutta la regione arrivavano sempre più malati bisognosi di cure. L’operato di Schweitzer conquistò l’opinione pubblica mondiale e col tempo anche le donazioni arrivarono sempre più numerose. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale però, Albert e la moglie furono considerati dai francesi prigionieri di guerra e spediti in un campo di lavoro in Francia. Dopo il rilascio alla fine della guerra, Schweitzer trascorse i successivi sei anni in Europa, durante i quali pubblicò diversi libri, tenne conferenze e concerti, con i cui proventi finanziava la sua attività umanitaria in Africa. Nel 1924 riuscì finalmente a tornare a Lambaréné, dove decise di costruire un nuovo ospedale. La struttura, ribattezzata in suo onore ‘ospedale Schweizer’, è ancora attiva tutt’ora. Dal suo ritorno nel 1924, Albert trascorse in Africa pressoché tutto il resto della sua vita. Morì nel 1965 e venne sepolto nella sua Lambaréné, tra coloro che aveva aiutato. La sua opera umanitaria, i suoi ideali, ma anche la sua personalità e la sua passione ispirarono moltissimi altri volontari a partire per l’Africa per seguire il suo esempio.  

Il Premio Nobel per la pace

Durante la sua vita Schweizer ottenne importanti riconoscimenti, sia per il suo operato umanitario, sia per i suoi meriti in campo letterario, musicale e medico. Nel 1928 fu insignito del Premio Goethe di Francoforte e nel corso degli anni molte università gli conferirono lauree ad honorem. Ma il coronamento della sua attività umanitaria fu il Premio Nobel per la pace, ricevuto nel 1952 “per il suo altruismo, per il rispetto della vita e per l’instancabile impegno umanitario con cui ha contribuito a rendere viva l’idea della fratellanza tra uomini e nazioni”. Con il premio in denaro di 33.000 dollari, Schweizer fece costruire a Lambaréné un ospedale dedicato alla cura dei lebbrosi.

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Immagine di copertina: © Deutsches Albert-Schweitzer-Zentrum Frankfurt a.M. 

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