Memoriale per gli ebrei assassinati d'Europa da Berlino Magazine

“La Morte è un Maestro di Germania”: la relazione tra letteratura tedesca e passato nazista.

Il passato nazionalsocialista e il suo legame con la letteratura tedesca: ne abbiamo un esempio a Mitte ed è il famoso Memoriale per l’Olocausto.

Nel quartiere di Mitte, a due passi da Potsdamer Platz, sorge il celeberrimo Memoriale per l’Olocausto. Famoso in tutto il mondo e visitato ogni anno da migliaia di turisti, il Memoriale è composto da 2.711 stele che sorgono proprio sul sito dove, un tempo, si trovavano le proprietà di Goebbels. A progettarlo furono l’architetto Peter Eisenman –  statunitense di origini ebree – e l’ingegnere Buro Happold, che lavorarono fianco a fianco al disegno del monumento fino alla sua inaugurazione ufficiale nel 2005. Quello che forse non sapete è che, a volere un tale simbolo nel centro di Berlino, furono i maggiori esponenti della letteratura tedesca del secondo Novecento. Personalità note come quelle di Christa Wolf, Lea Rosh, Günter Grass, nonché l’ex cancelliere Willy Brandt già nel 1989 firmarono per la sua realizzazione. Nell’articolo vi racconteremo la difficile storia della presa di coscienza da parte del popolo tedesco sul nazionalsocialismo e sull’Olocausto riepilogandone le tappe più importanti, dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi, attraverso alcuni famosi estratti dalla letteratura del Novecento.

1945-1947: i poeti dell’esilio e Paul Celan.

Sfogliando le pagine della letteratura del secondo Novecento è praticamente impossibile non trovare richiami al passato nazista. Può accadere attraverso ricordi, gaffe tra i protagonisti, traumi irrisolti di cui è difficile parlare ma che emergono insistentemente nel tessuto narrativo. Il legame tra letteratura tedesca e Olocausto si instaurò già negli ultimi anni della Guerra, sopravvivendo intatto per decenni. I primi a denunciare coraggiosamente i crimini del nazionalsocialismo furono alcuni poeti ebrei riusciti a sfuggire alle persecuzioni ricorrendo all’esilio volontario. In questo contesto vale la pena di soffermararsi sul componimento più celebre di Paul Celan. Nato Paul Antschel nel 1920, il poeta rumeno di origine ebraica perse i genitori in un campo di sterminio e visse il periodo della Guerra letteralmente in fuga dalla morte. Fu questa parentesi traumatica della sua esistenza a ispirargli la poesia Todesfuge, iniziata nel 1945 e ultimata a Bucarest due anni dopo. Dai capelli di cenere di Sulamith, agli ebrei obbligati dai nazisti a ballare e cantare mentre scavano le proprie tombe, la canzone racconta la vita nei campi e mette in crisi il concetto di metafora.

Fuga di morte: la poesia dalle metafore solo apparenti.

Il componimento non è da subito chiaro. Celan nomina un “latte negro” che “noi” beviamo a tutte le ore del giorno, senza fornire ulteriori spiegazioni. L’assoluta ambiguità rende la poesia più coinvolgente e richiede a chi legge uno sforzo di comprensione. Le parole del poeta evocano, infatti, delle immagini che potremmo definire “surrealiste”, in cui personalità mitiche e comuni si incontrano nella stessa tragedia. Celan chiede al lettore di non distogliere lo sguardo, di accettare totalmente l’orrore evocato dalle sue parole. Solo a questo punto, nelle strofe successive, vengono dispensati i primi indizi. Gli occhi più attenti riconosceranno, ad esempio, “Margarete” dai “capelli d’oro” che fa la sua comparsa nella disperazione delle strofe di Celan direttamente dal Faust di Goethe. In questo modo, Celan sottolinea che è una delle culture più raffinate del mondo (quella tedesca) ad aver provocato la tragedia personificata in Sulamith, la fanciulla dai “capelli di cenere”. In un crescendo di angoscia e di strazio, si arriva così nelle ultime strofe alla condanna di un paese che ha tradito lui e la sua gente: “La morte è un Maestro di Germania”.

Todesfuge di Paul Celan, letta dal suo autore.

Primi anni ’50: La polemica di Adorno e l’Imperativo Categorico.

Nei primi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale ci fu un primo tentativo di rielaborare l’Olocausto tramite il potente strumento della filosofia. Tra il 1949 e il 1951 Theodor Adorno pubblicò una serie di scritti, dalla Dialettica Negativa (Negative Dialektik) alla Critica della cultura e della società (Kulturkritik und Gesellschaft). Il suo pensiero di quegli anni si può riassumere nel cosiddetto Imperativo Categorico. Formulato a partire dalla filosofia di Kant, l’aforisma di Adorno recita “daß Auschwitz nicht sich wiederhole, nichts Ähnliches geschehe”, ovvero “che né Auschwitz o qualcosa di affine si ripetano mai più”. Negli stessi anni Adorno si scagliò ferocemente contro Paul Celan. Il dibattito che ne scaturì può essere sintetizzato nella formula “Ein Gedicht nach Auschwitz zu schreiben, ist barbarish” (“Scrivere poesia dopo Auschwitz è un atto barbarico”). A scatenare la polemica furono proprio le strofe di Fuga di Morte. Il filosofo giudicò infatti i versi di Celan fin troppo suggestivi e armoniosi per riferirsi alla mostruosità dei campi di sterminio. Poco tempo dopo anche Primo Levi prese parte al dibattito, riconoscendo invece a Celan il merito di aver trovato le uniche parole possibili per parlare di Auschwitz.

Tra gli anni ’50 e ’60: la “colpa collettiva” e il trauma rimosso nella letteratura tedesca.

Nel secondo dopoguerra nel popolo tedesco si sviluppò un sentimento particolare che possiamo identificare con il termine Kollektivschuld (“colpa collettiva”). Già dopo la liberazione dei campi di sterminio e i processi di Norimberga vennero a galla tutti quei particolari che, durante il Terzo Reich, erano forse emersi solo in parte. Fu in quel momento che sorsero quelle famose domande le cui risposte sono ancora dibattute. I tedeschi sapevano? Potevano immaginare l’orrore dei campi? Perché mai non si sono opposti a una simile barbarie? Sono tutti interrogativi cui non è tuttora possibile dare una risposta univoca. A complicare ulteriormente la questione intervenne, infatti, l’abitudine di parlare del passato tedesco tramite il linguaggio psicoterapeutico (freudiano). Ne sono un esempio espressioni come “rimosso”, “inconscio”, “complesso di colpa” (Schuldkomplex). Negli anni ’50 e nei primi anni ’60 Auschwitz era quindi a tutti gli effetti un tabù, e non a caso. Molti ex collaboratori del regime erano, di fatto, ancora in politica: il clima del terrore in Germania era tutt’altro che scomparso con la fine della guerra. A questo proposito, lo stesso Peter Weiss dichiarò nel suo Divina Commedia-Projekt, poema sullo stile dantesco scritto tra il 1964 e il 1969: “L’inferno è la Germania di oggi.”

A voce alta: le domande etiche che mettono in crisi ogni risposta.

A offrirci una visione più chiara di questo interessante contesto storico interviene A voce alta di Bernhard Schlink (Der Vorleser), in seguito adattato nel film hollywoodiano di grande successo The Reader (2008) con Kate Winslet. Sebbene pubblicato nel 1995, il romanzo inquadra perfettamente l’epoca del secondo dopoguerra. La materia narrativa è distribuita, infatti, in un lungo arco temporale compreso tra gli anni ’50 e ’80 del Novecento. Ambientato interamente a Berlino, A voce alta è il racconto di Michael Berg a proposito della sua controversa storia d’amore con Hanna Schmitz. “Controversa” non solo perché all’epoca Michael ha 15 anni e Hanna ne ha 30, o perché si tratta piuttosto di una storia di sesso tra un minore e un’adulta. “Controversa” soprattutto a causa della scoperta che Michael farà solo molto tempo dopo in un’aula di tribunale: Hanna è accusata di crimini nazisti e della morte di decine di donne ebree. Confrontandosi con le tante domande etiche sulla condizione di Hanna, e in particolare sulla colpa di Michael di amare una criminale, A voce alta propone una visione realistica sugli atteggiamenti di quell’epoca nei confronti del passato tedesco.

A voce alta, trailer italiano.

Il ’68 e gli scontri generazionali: “Una colpa che non ci appartiene.”

Un’altra questione interessante che emerge dal romanzo di Schlink è il difficile confronto tra la prima e la seconda generazione dalla Seconda Guerra Mondiale. Sulla spinta del ’68, che in tutto il mondo portò i giovani a scontrarsi ferocemente contro i propri genitori, anche in Germania si verificò qualcosa di analogo. Nel contesto tedesco la disputa fu, anzi, ancora più accesa. La generazione del ’68 di fatto coincise con la seconda generazione da Auschwitz, la quale negli anni ’60 e ’70 si trovò a fare i conti la colpa impronunciabile di cui si erano macchiati i padri. Una colpa –  come già accennato in precedenza – “collettiva”, che investì tutto e tutti senza via d’uscita. Tra le pagine di A Voce Alta, Michael Berg confida le sue memorie descrivendo con una sottile nota ironica l’atteggiamento spiccatamente entusiasta dei suoi coetanei in quel contesto storico:

Rielaborare! Rielaborare il passato! Noi studenti del seminario ci consideravamo l’avanguardia della rielaborazione. Noi spalancavamo le finestre, facevamo entrare aria fresca, quel vento impetuoso che finalmente avrebbe fatto rumorosamente vorticare la polvere che la società aveva lasciato depositare sugli orrori del passato. (A voce alta, p. 73)

Gli anni del Muro: il caso Christa Wolf e la “generazione invisibile”.

Nella rielaborazione letteraria del passato nazionalsocialista, la scrittrice Christa Wolf costituì un caso particolare già a partire dalla sua biografia. Nata nel 1929 nei territori dell’attuale Polonia, Wolf trascorse tutta la sua infanzia e adolescenza sotto il Terzo Reich. Negli anni della Germania nazionalsocialista era, dunque, poco più che una bambina e al termine della guerra aveva appena 16 anni. Christa Wolf rientrò, per cui, in quella fascia che successivamente venne denominata “generazione invisibile”. Si tratta di una generazione intermedia tra la prima (quella di coloro che erano già adulti negli anni ’30 e ’40) e la seconda (quella del ’68). Questa particolarità storica fece sì che la “generazione invisibile” non si identificasse necessariamente con l’epoca di Hitler, quanto con quella della Germania divisa. Nel 1961, quando il mondo venne diviso tra est e ovest dal Muro più famoso della storia, Christa Wolf aveva infatti 31 anni ed era già un’intellettuale affermata nella DDR. Proprio alla DDR dedicò gran parte della sua opera, a partire da Il cielo diviso (Der geteilte Himmel), per cui nel 1963 ricevette il premio Heinrich Mann. Quando, nel 1990, la DDR scomparve dal mondo lasciando il posto a una Germania unita, i traumi del passato tornarono ad affliggere i tedeschi, senza alcuna distinzione di generazione o colpa.

Città degli angeli: la vergogna di essere tedeschi nella letteratura tedesca degli anni ’90

Il disagio legato al passato nazionalsocialista, che si ripresentò negli anni ’90 in seguito alla Riunificazione della Germania, lasciò chiaramente nuove tracce nella letteratura dell’epoca. La critica letteraria identificò successivamente il fenomeno con il termine Scham, ovvero “vergogna”. Un esempio si questo fenomeno è visibile nell’ultimo romanzo di Christa Wolf, intitolato Stadt der Engel (Città degli angeli). Pubblicato nel 2011, meno di un mese prima della morte dell’autrice, Città degli angeli ripercorre il soggiorno di Christa Wolf a Los Angeles tra il 1992 e il 1993, quando Wolf si ritrovò a fare i conti con una profonda crisi esistenziale. Da un lato, ad affliggere la scrittrice era la recente scomparsa della DDR. Dall’altro, il suo disagio era provocato dal rifiuto della nuova grande Germania, così simile nell’aspetto alla terribile Germania del passato. Nel romanzo, elaborato nella forma di una lunga riflessione senza interruzione di capitolo, si manifesta di tanto in tanto quella vergogna collettiva così costringente da far desiderare a Christa di non essere tedesca. Un esempio è il seguente paragrafo:

Come possono i sopravvissuti convivere con una cosa simile. Come possiamo noi tedeschi convivere con una cosa simile. È un peso che aumenta di anno in anno. Non c’è niente da elaborare, niente da cancellare, nessun senso da trovare. Non c’è nient’altro eccetto tutti i possibili gradi del crimine tremendo da parte nostra, e tutti i possibili gradi del dolore tremendo da parte loro (…) e quanto tempo abbiamo impiegato per dire “il nostro”, il nostro crimine. (Wolf: 79).

Lui è tornato e l’elaborazione parodica del passato nazista.

Negli ultimi anni si è sviluppata una tendenza alla parodia sul nazismo secondo la lezione magistrale di Charlie Chaplin, che nel 1940 aveva osato sfidare il nazionalsocialismo con il suo Il Grande Dittatore. Un esempio della letteratura cinematografica, che vale la pena di citare in questo ambito, è Er ist wieder da (Lui è tornato). Scritto nel 2012 dal tedesco Timur Vermes, due anni dopo ha ottenuto una riduzione nel film omonimo. Nel romanzo, l’autore si chiede cosa succederebbe se Adolf Hitler riapparisse nella Berlino del 21esimo secolo, convinto di trovarsi ancora nel Terzo Reich. Con un’analisi sottile della società contemporanea Vermes dimostra che, nonostante il potere della storia, esisteranno sempre individui pronti ad affidarsi a politici dalle idee deliranti. A rivestire un ruolo fondamentale per lo sviluppo della trama è, in particolare, il medium televisivo. Creduto un attore formidabile, il dittatore viene infatti invitato in tv, dove i suoi folli discorsi vengono scambiati per satira anti-nazista. Così, l’Adolf Hitler dell’epoca postmoderna diventa un’icona pop interamente assorbita dall’industria dei media.

Uno sguardo al presente: dove siamo oggi?

Sebbene il passato nazista oggi non costituisca più un tabù, alcuni recenti dati attestano una conoscenza a tratti lacunaria del fenomeno, soprattutto tra i più giovani. Secondo un sondaggio di ZDF, il 77% dei tedeschi crede infatti che con il termine “Olocausto” si indichi esclusivamente lo sterminio degli ebrei. Anche se nell’articolo ci siamo soffermati più spesso su quest’ultimo, è fondamentale ricordare che il termine ombrello “Olocausto” si riferisce al genocidio di tutte le categorie ritenute “indesiderabili” dal regime nazista. Un pensiero va rivolto, per cui, anche a prigionieri di guerra, oppositori politici, minoranze etniche e religiose, omosessuali e portatori di handicap. È triste constatare che, anche in Italia, alcuni dati riportano opinioni preoccupanti sul fascismo. Mentre il 20% degli intervistati considera Mussolini “un grande leader” che ha “commesso alcuni errori”, circa il 15% sostiene che l’Olocausto fosse un’invenzione politica. Come sostiene Liliana Segre, antisemitismo e razzismo sono “corsi e ricorsi storici”, destinati a ripresentarsi di epoca in epoca. Con uno sguardo alla situazione politica di questi anni, in cui governi di estrema destra guadagnano progressivamente consensi in tutta Europa, vogliamo concludere questa analisi dell’Olocausto nella letteratura tedesca con le parole di Hannah Arendt:

“E’ nella natura delle cose che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando non appartiene a un lontano passato.”

 

 

Leggi anche: Destini di donne nella Germania nazionalsocialista, il libro (italiano) sulla violenza patriarcale del Terzo Reich

 

 

Studia tedesco a Berlino o via Zoom con lezioni di gruppo o collettive, corsi da 48 ore a 192 €. Scrivi a info@berlinoschule.com o clicca sul banner per maggior informazioni

Non perderti foto, video o biglietti in palio per concerti, mostre o party: segui Berlino Magazine anche su Facebook, Instagram e Twitter

 

 

 

In copertina: foto di @andreazambelli_ da Berlino Magazine