Charlotte Volpe

«Il dottorato in Norvegia ti dà occasioni che in Italia nemmeno immagini»

Come un Erasmus di 6 mesi in Norvegia si è trasformato in qualcosa di più grande

Roma, Norvegia, California e nuovamente Norvegia. È il percorso di Charlotte Volpe, classe 1991, biologa romana che grazie a tanta passione e spirito di iniziativa è riuscita a studiare per un anno alla prestigiosa università di Berkeley, in California, prima di tornare a Trondheim presso la Norvegian University of Science and Technology o NTNU. Charlotte è sempre stata interessata all’ecologia e microbiologia marina, e appena ha saputo di questa opportunità, l’ha colta. La sua ricerca è focalizzata sullo studio della fotosintesi clorofilliana nelle micro-alghe, piccoli organismi che possono avere importanti applicazioni nell’industria cosmetica, alimentare e farmaceutica, per la loro ricchezza in omega-3.

La storia di Charlotte Volpe

Charlotte Volpe nasce l’11 dicembre 1991 a Roma, da padre romano e madre norvegese. Ha frequentato il liceo scientifico sperimentale Bertrand Russel dove ha studiato con piacere scienze, fisica e matematica. Nel 2010 si iscrive al corso di biotecnologie a Tor Vergata. Continua gli studi nel campo delle biotecnologie industriali conseguendo anche la laurea magistrale. Durante l’ultimo anno di studi, sente che l’università non dà abbastanza e vuole fare esperienza. Il programma Erasmus Traineeship le offre questa opportunità. «Chiedo di fare la tesi in microbiologia marina alla NTNU, l’università più grande e “gettonata” della Norvegia. Vinco la borsa di studio, e mi viene proposto un progetto di tesi dal gruppo di Microbial Ecology al dipartimento di Biotecnologie» dichiara Charlotte Volpe.

Roma mi stava troppo stretta

Charlotte sa di aver bisogno di nuovi stimoli esterni. Vuole fare esperienza e realizzare le sue ambizioni. «Finisco il progetto con buoni risultati, torno a Roma a discutere la tesi ma non voglio restare in Italia, Roma mi stava troppo stretta. Il mio supervisore norvegese mi chiese se volevo restare in Norvegia per continuare la mia tesi e contemporaneamente scrivere la domanda per l’ammissione al dottorato. Un mese dopo la mia laurea, nel novembre 2015, torno alla NTNU con un contratto di 9 mesi firmato. A gennaio 2016 faccio domanda per il dottorato, che inizierà a giugno, e fortunatamente vinco la borsa». Charlotte non si ferma un attimo e pensa già al prossimo obiettivo. «Nel frattempo con una mia collega, scrivo un progetto per vincere una borsa alla UC Berkeley, dove avrei svolto parte del mio dottorato. A giugno 2016 vinciamo la borsa “Peder Sather Grant”. L’università californiana di Berkeley è tra le migliori quattro università al mondo e per una 24enne con la passione per la scienza, poterci lavorare è un sogno». Charlotte Volpe rimane negli Stati Uniti da ottobre 2016 a luglio 2017.

I miei studi sulla fotosintesi clorofilliana

«Mi occupo di capire meglio i meccanismi che regolano la fotosintesi clorofilliana in diverse specie di microalghe marine, sia dal punto di vista molecolare che biofisico. Credo che la fotosintesi sia il processo più sofisticato e stupefacente che esista in natura. Non solo le piante, ma anche le alghe, sono in grado di utilizzare la radiazione luminosa -che è energia di tipo fisico- e trasformarla in energia biologica. Il prodotto di scarto della fotosintesi è l’ossigeno e si stima che le alghe producano fino al 70% dell’ossigeno presente nell’atmosfera, più della foresta amazzonica! Proprio delle microalghe ancestrali hanno ossigenato l’atmosfera circa 2.4 miliardi di anni fa, permettendo lo sviluppo della vita sulla Terra. Le alghe sono quindi essenziali alla sopravvivenza di moltissimi esseri viventi perché forniscono ossigeno o nutrimento. Quest’ultimo è il caso delle barriere coralline: il corallo ospita al suo interno delle alghe con cui vive in simbiosi. Queste gli forniscono zuccheri e cibo attraverso la fotosintesi e il corallo fornisce loro protezione».

Charlotte Volpe artico

©Charlotte Volpe, raccolta di campioni alle isole Svalbald

Uno studio importante

L’impatto delle sue ricerche è importantissimo anche per l’uomo. «Le microalghe possono essere utilizzate per varie applicazioni nelle nano-, eco- e biotecnologie. Per esempio, per produrre le classiche pillole di omega-3 che si trovano in farmacia. Infatti non sono i pesci i veri produttori di omega-3, ma le alghe. Questi grassi buoni vengono trovati nei pesci solo perché loro si nutrono di alghe. La Norvegia è un grande produttore di salmone e uno degli obiettivi è quello di utilizzare le alghe come additivo nei foraggi dei pesci, sempre in virtù degli omega-3. Per ora sto lavorando su una sola classe di alghe, le diatomee. Stiamo cercando di capire come le diatomee percepiscono i cambiamenti luminosi. Nel dettaglio, studiamo quali proteine permettono la costruzione dei tilacoidi nei cloroplasti, gli organi atti alla fotosintesi. I tilacoidi sono dei sacchetti appiattiti con la funzione di raccogliere e immagazzinare la luce. Lavoriamo in laboratorio eseguendo esperimenti su delle culture modello. Ad oggi siamo stati in grado di creare una linea che mostra una riduzione del sistema antenna (sistemi proteina-pigmenti che catturano la luce) di oltre il 50%. Diverse ricerche sulle alghe verdi hanno dimostrato che riducendo il numero di sistemi-antenna nei tilacoidi, i fotoni (le particelle costituenti la luce) vengono utilizzati più efficientemente. In questo modo più cellule assorbiranno la luce necessaria a dividersi e moltiplicarsi, portando a un aumento della biomassa (definita come la quantità di organismi presenti in un ambiente)».

Ho vissuto solo in tre paesi, non sono abbastanza

«In Norvegia i ricercatori sono privilegiati, con una buona paga e puoi mettere su famiglia mentre fai il dottorato. Non so come sia in Italia, ma sento dire che la situazione è molto precaria e meno soddisfacente. La mia esperienza alla Berkeley è stata intensa: il prestigio dell’università ti mette una certa pressione. Io avevo solo un anno per sviluppare il mio progetto così lavoravo anche 10-12 ore al giorno, ma ne è valsa la pena. Dopo la Norvegia e la California vorrei andare in un altro paese: sono troppo curiosa per fermarmi. All’estero mi sento parte di un mondo più grande, mi sento a casa ovunque e non smetto mai di imparare. Inoltre tutto quello che ho raccontato non sarebbe stato possibile in Italia. Fare il dottorato in Norvegia ti dà occasioni inimmaginabili: oltre all’esperienza di formazione di dottorato alla Berkeley, sono stata 5 settimane alle isole Svalbard, praticamente al Polo Nord, dove ho seguito un corso di microbiologia artica. È stata l’esperienza migliore della mia vita».

Berlino Schule tedesco a Berlino

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Foto copertina: ©Charlotte Volpe in laboratorio.