Manuel Diogo

L’incidente nella DDR del 1986 che più di 30 anni dopo sembra che sia stato un omicidio a sfondo razziale

Nel 1986 le autorità della Germania dell’Est archiviarono la morte di Manuel Diogo come incidente. 30 anni dopo il caso viene rivisto

Manuel Diogo era un giovane originario del Mozambico che lavorava come falegname nel villaggio di Jeber-Bergfrieden in Sassonia-Anhalt, all’epoca appartenente al territorio della DDR. Nel 1986 Diogo trova la morte sui binari tra Bad Belzig e Wiesenburg. Le autorità hanno dichiarato che si trattava di un incidente, ma dopo 30 anni è emersa una versione diversa dell’accaduto, che vede come autori dell’omicidio un gruppo di neonazisti. Harry Waibel nel suo libro del 2014 Der gescheiterte Antifaschismus – Rassismus in der DDR (L’antifascismo fallito della SED. Razzismo nella DDR) racconta come, in realtà, Manuel Diogo sia stato vittima di un omicidio a sfondo razziale. Secondo le ricerche di Waibel, a bordo del treno dove viaggiava Diogo, sarebbe salito un gruppo di neonazisti che lo avrebbero picchiato e legato piedi e gambe. Avrebbero poi appeso il suo corpo a una fune del treno. Il suo corpo, smembrato, è stato trovato sui binari. Un efferato omicidio razzista, nascosto dalle autorità della Germania dell’Est e dalla Stasi.

Le indagini della polizia sulla morte di Manuel

Dalle indagini della polizia risulta che il giovane era a Dessau insieme ad altri suoi colleghi per guardare la partita della Germania contro l’Argentina di Maradona. Al termine della partita il gruppo aveva preso un treno a Dessau per tornare a Jeber-Bergfrieden, ma Manuel Diogo non è mai arrivato a destinazione. Il suo corpo è stato trovato privo di vita alle 0:45 sui binari tra Bad Belzig e Wiesenburg. Secondo quanto riportato in un primo momento dalla Polizia, Manuel Diogo era ubriaco, si è addormentato sul treno, ha perso la fermata ed è saltato giù dal treno tra le stazioni. Il suo corpo è stato investito da un treno merci in arrivo mentre tornava verso la stazione di Jeber-Bergfrieden. I suoi amici non si sono accorti della sua scomparsa.

La riapertura del caso

La revisione del caso della morte di Diogo si deve all’attività di Andrea Johlige, parlamentare della sinistra Die Linke. L’inchiesta, denominata La morte di Diogo, ha portato l’Ufficio del Pubblico Ministero alla riesamina del caso: alcuni neonazisti avrebbero aggredito il ragazzo sul treno. L’interesse dei media sul caso è stato importante e considerevole. Molte testate giornalistiche hanno anche avviato indagini private sul mistero della morte di Diogo. Il 29 giugno 2020 il Pubblico Ministero di Potsdam annuncia finalmente la riapertura del caso per rivedere la vecchia indagine e interrogare nuovamente i testimoni.

Le indagini del Berliner Zeitung

Il quotidiano Berliner Zeitung ha avviato la propria indagine contemporaneamente alle autorità giudiziarie. I giornalisti si sono recati in Sassonia-Anhalt e hanno telefonato a altri immigrati del Mozambico che conoscevano Diogo. Tra gli intervistati ci sono i dipendenti del dormitorio dove alloggiava Manuel, il direttore della segheria, i residenti della cittadina e il Parlamentare Johlige. I giornalisti del quotidiano tedesco hanno contattato anche gli autori dei libri che parlano della morte di Manuel. Dalle indagini del quotidiano tedesco sono emerse molte discrepanze nelle testimonianze raccolte all’epoca. La verità sulla morte di Manuel Diogo probabilmente non verrà mai veramente alla luce e i criminali non verranno mai processati. Il caso Diogo è solo uno tra i tanti omicidi commessi dai neo-nazisti e occultati dalla forza della DDR.

Leggi anche: La mappa della Germania occupata nel 1945 prima che perdesse molti territori

Studia tedesco a Berlino o via Zoom con lezioni di gruppo o collettive, corsi da 48 ore a 192 €. Scrivi a info@berlinoschule.com o clicca sul banner per maggior informazioni

Guarda foto e video e partecipa a concorsi per biglietti di concerti, mostre o party: segui Berlino Magazine anche su Facebook, Instagram e Twitter

Fonte Copertina: Manuel Diogo (l.) con i colleghi Francisco Nhabongo e Bento Nhamuave. Foto di Lucas Nzango