6 libri legati alla Germania da regalare (o regalarsi) a Natale

6 libri a tema Germania (più spesso Berlino) da regalare (o regalarsi) questo Natale.

Due classici, due novità dell’anno che sta per finire e due opere “minori” ma non meno importanti di un’autrice fondamentale del ‘900. Ecco una lista di 6 libri che in qualche modo, più o meno strutturale al contenuto, parlano della Germania. Da regalare, o regalarsi, a Natale (spoiler: solo 2 sono scritti da autori di nazionalità tedesca).

1) Susan Sontag, Rinata. Diari e taccuini (1947-1963) La coscienza imbrigliata al corpo. Diari (1964-1980)

Susan Sontag è stata un’intellettuale statunitense. Si è formata prima in America e poi in Europa, dove, grazie a prestigiose borse di studio, ha potuto scrivere molti libri, più o meno controversi, ma ancora decisivi per capire il mondo del Novecento e quello contemporaneo. Tra le altre cose, si è occupata del ruolo, sempre più pervasivo nella società, delle immagini e della fotografia. Ha analizzato la concezione collettiva dell’AIDS e del cancro e la categoria culturale del “camp” e della sottocultura gay, quando essere gay era una vergogna molto più che oggi.

Sontag è una delle poche intellettuali che già in vita hanno ricevuto un trattamento da star ed è stata uno dei soggetti preferiti di celebri fotografi come, tra gli altri, Peter Hujar e Annie Leibovitz. I suoi capelli e il suo stile sono famosi quanto i suoi libri e ha scritto davvero di tutto e in ogni forma. Una chiave d’accesso possibile alla sua persona e ai suoi scritti è anche la letteratura tedesca. Sontag era infatti un’esperta di classici della Germania: lesse precocemente il Faust di Goethe e studiò filosofia tedesca all’università. Thomas Mann, uno dei suoi idoli indiscussi, prese anche un tè con lei.

L’intellighenzia tedesca l’ha stimata a sua volta vincendo, nel 2003, il Premio per la pace degli editori tedeschi. Questo amore – e molto altro – è raccontato nei primi due volumi dei suoi diari: Rinata (1947-1963) e La coscienza imbrigliata al corpo (1964-1980). Entrambi offrono uno spaccato sui tormenti, più o meno profondi, e la formazione intellettuale di una genia in divenire. Americana di nascita, ma europea – e tedesca – nello spirito.

 

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2) Mario Desiati, Spatriati (2021)

Mario Desiati è nato a Locorotondo, è cresciuto a Martina Franca, ma ora si divide tra Roma e Berlino. Nel 2021 ha pubblicato Spatriati, ultimo lavoro di una carriera quasi ventennale: una storia di desiderio e di ricerca di sé. La vita di Francesco raccontata attraverso il suo sguardo sull’amica, amante, sorella d’elezione Claudia. Questo è Spatriati.

Claudia e Francesco si perdono, ritrovano, e poi ancora si perdono e ritrovano tra la Puglia – aspra, chiusa, asfittica, metaforicamente e non – e Berlino, una El Dorado, un mondo alla rovescia dove si può essere ciò che si decide di essere, e non ciò che vogliono gli altri, al Kitkat come in casa. Prima degli smartphone e dei voli low cost per le capitali europee, che sia per un weekend o per migrare: Spatriati fa da testimone di una generazione (la prima della fascia “millennial”). È un libro malinconico, ricoperto da un velo di struggimento, anzi, di Sensucht. E l’unica vera certezza è che il filo che unisce Francesco e Claudia è elastico e lungo abbastanza da non rompersi presumibilmente mai.

 

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3) Pier Vittorio Tondelli, Camere separate (1989)

Nella sua breve ma intensa parabola di scrittore – ha esordito a 25 anni ed è morto a 36 – Pier Vittorio Tondelli, uno degli scrittori italiani contemporanei più influenti, ha spaziato parecchio. Ha esordito con racconti ambientati in Emilia dal gusto beat e dai ritmi del rock (Altri libertini, Pao Pao) e ha dolorosamente e prematuramente concluso con una delle più profonde riflessioni sull’amore, la morte, la solitudine della nostra letteratura: Camere separate. 

Un libro autobiografico: Pier Vittorio è Leo, il protagonista, uno scrittore e accademico di successo italiano che s’innamora di Thomas, più giovane, tedesco, che fa il musicista a Berlino Ovest. Ma il libro inizia a storia finita, anzi troncata dall’AIDS che ha consumato Thomas. Leo, in preda allo strazio, prende a viaggiare da solo, a osservare il mondo che va avanti senza lui e Thomas, per potersi ritrovare e tornare a vivere dopo la discesa agli inferi del lutto.

E proprio mentre tocca i punti più profondi delle sue meditazioni – e qui Tondelli mette su carta sfaccettature dell’anima e dell’amore romantico che davvero pochi hanno descritto in modo così spudoratamente vulnerabile – Leo cresce e fagocita le tenebre aggrappandosi alla sua vocazione: scrivere. Ritrovandosi nella sua natura di osservatore, prima ancora che di partecipante attivo alla vita, e ridistribuendo così il senso di ogni cosa. L’amore tra lui e Thomas, che era fatto di soggiorni più o meno lunghi nelle capitali europee – tra cui Berlino – era intenso e puro, ma solitario, separato. Come solitario è il mestiere di chi scrive. Camere separate è infatti, è una lunga riflessione sull’amore e se stessi nell’ombra del tabù della malattia e dell’isolamento.

 

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4) Katarina Volckmen, Un ca**o ebreo (2021)

Nel 1969, Il lamento di Portnoy di Philip Roth suscitò un gran scandalo in America e in tutto il mondo. Quel monologo ininterrotto di un uomo ebreo in America che si confessava su tutto e in modo sfacciato, divertente e fastidioso, è in un certo senso complementare a Un ca**o ebreo di Katarina Volckmen. A confessarsi, in questo caso, è una donna tedesca emigrata a Londra davanti a un medico non meglio specificato.

Senza paura di ammettere le sue fantasie erotiche su Adolf Hitler, la sua opinione sul Memoriale dell’olocausto di Berlino o ancora la sua concezione di amore, sesso, solitudine e identità di genere. Volckmen è tedesca e vive a Londra come la protagonista e ha scritto il libro in inglese, riconoscendo che “risultare spiritosi in tedesco è difficile, dato che i tedeschi talvolta sono incapaci di ridere e  la loro lingua non si presta molto all’umorismo”. E in effetti il libro è anche un’occasione per affrontare con leggerezza e ironia la cultura tedesca e come questa a sua volta interpreti le altre (anche quella italiana).

5) Thomas Mann, I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia (1901)

I Buddenbrook, a guardarlo da fuori, può far paura. Conta più o meno 700 pagine ed è scritto da Thomas Mann, uno scrittore che effettivamente ha la fama di non essere completamente ‘accesibile’ a tutti i lettori. Eppure questo romanzo giovanile – Mann l’ha scritto quando aveva 26 anni ed è stato pubblicato per la prima volta nel 1901 – è accattivante e arguto abbastanza. Mann utilizza l’impianto tipico dei romanzi realistici ottocenteschi per descrivere l’ascesa e il declino di una famiglia borghese di commercianti)di Lubecca, nell’arco di quattro generazioni.

In un certo senso, I Buddenbrook è l’altra faccia di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Laddove in Austen c’è il lieto fine ideale – con Elizabeth Bennet, la protagonista, che sposa il ricco Mr. Darcy, di cui è anche genuinamente innamorata e ricambiata – nei Buddenbrook è quasi sempre e solo il denaro, oltre che le pressioni ideologiche (la religione protestante, un’altissima concezione della famiglia) a muovere i destini di tutti i personaggi.

Mann descrive i caratteri dell’albero famigliare con ironia tagliente, non dando alcuno spazio a descrizioni storiche e questo è, probabilmente, uno dei motivi per cui non vi annoierà. Noi lettori potremmo anche ridere delle illusioni dei Buddenbrook, dall’alto del nostro presente secolarizzato e altamente tecnologico, salvo poi però chiederci quali sono le nostre, di illusioni, e se la centralità del denaro nelle nostre vite non sia ancora, drammaticamente, qualcosa con cui dobbiamo fare i conti.

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Immagine di copertina: libri CC0, Free-Photos da Pixabay

 

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