Storia della straordinaria fuga in mongolfiera dalla DDR delle famiglie Strelzyk e Wetzel

Nel corso degli anni furono in molti a cercare di fuggire dalla DDR, alcuni con metodi davvero insoliti. Questa è la storia di due famiglie che scapparono in mongolfiera

Era la notte del 16 settembre 1979, quando una bizzarra mongolfiera di taffetà solcava i cieli della Germania dell’Est. A bordo c’erano due famiglie tedesche, gli Strelzyk e i Wetzel che, pur di fuggire dal regime socialista della DDR, si erano ingegnate per costruire un pallone aereostatico rudimentale. Dopo numerosi tentativi fallimentari, erano riusciti a farlo decollare, ma non c’era modo di guirdarlo verso la direzione giusta: erano in balia del vento. Eppure riuscirono a portare a termine l’impresa, ed atterrarono sani e salvi nella Germania dell’Ovest.
La loro avventura è stata raccontata in ben due film: nella pellicola del 1982  “Fuga nella Notte” (titolo originale: Night crossing), con l’attore britannico John Hurt e nel 2018 da “Balloon-Il vento della libertà” (Balloon).

Le geniali menti dietro il progetto avevano come unica guida una rivista

I protagonisti di questa mirabolante impresa furono i due capifamiglia Günter Wetzel e Peter Strelzyk, colleghi elettricisti che abitavano a Pössneck, in Turingia. Ad accomunarli era il desiderio di libertà e di democrazia. Per questo elaborarono un piano per fuggire dal regime comunista della DDR, un piano che è passato alla storia. Tuttavia, a distanza di anni, non è ancora chiaro chi esattamente ebbe l’idea di fuggire con una mongolfiera, dato che entrambi se ne sono attribuiti il merito. Probabilmente il primo ad avere l’ispirazione fu Wetzel, quando una parente dell’Ovest gli regalò una rivista con un articolo sulla International Balloon Fiesta, un festival di mongolfiere che si svolgeva annualmente ad Albuquerque, negli USA. «Non sembra così difficile», pensò l’elettricista guardando le foto dell’evento. Subito gli balenò in mente l’idea di realizzare una mongolfiera per superare la Cortina di Ferro e ne parlò con Strelzyk. Il 7 marzo del ’78 iniziarono dunque a costruirla con l’aiuto delle proprie famiglie.

© Günter Wetzel

© Günter Wetzel

Furono necessari numerosi tentativi e tanta creatività

Comprarono enormi quantità di tessuto, che Wetzel cuciva di nascosto dapprima in camera sua, poi nella cantina della casa di Strelzyk. Il telo della mongolfiera avrebbe dovuto avere un volume di ben 1800m³ una volta gonfiato, una misura che i due calcolarono ad occhio semplicemente guardando le foto della rivista. Per realizzare il bruciatore a propano assemblarono una bombola di gas a un tubo da stufa, collegando anche delle valvole e bocchette in modo da controllare la fiamma. Dopo aver costruito una struttura d’acciaio che potesse fungere da gondola, Wetzel e Strelzyk decisero di testare finalmente la mongolfiera. Tutto inutile: non riuscirono nemmeno a gonfiarla. L’aria calda usciva subito dal pallone, perché il tessuto che avevano usato era troppo poroso.  Dovettero ricominciare da capo.

 

Il primo pallone aerostatico © Günter Wetzel

Dopo l’ennesimo fallimento, Wetzel abbandonò il progetto

A giugno iniziò quindi la costruzione della seconda mongolfiera. Questa volta Wetzel e Strelzyk sapevano cosa fare: cambiare il materiale della tela. Comprarono quindi 900m2 di taffetà, un tessuto solitamente usato per le vele delle barche. Per non destare sospetti, si spacciarono per ingegneri che lavoravano per un club di velismo. Una volta cucito, era il momento di provare a gonfiare il pallone aerostatico. Il test si svolse in una foresta vicina, dove, con l’aiuto delle proprie mogli, un soffiatore, il motore della moto di Wetzel, e tanta, tanta pazienza, riuscirono a gonfiare la mongolfiera. Non credettero ai propri occhi, ma la loro gioia si spense presto: il gas del bruciatore si esaurì in fretta, facendo sì che la mongolfiera si sgonfiasse nuovamente. I due fecero molti esperimenti con vari tipi di gas per aumentare la durata della combustione, finchè non ebbero la pericolosa idea di combinare ossigeno e benzina, che avrebbe potuto scatenare un enorme incendio. «Per fortuna non successe niente di drammatico e la fiamma raggiunse un’altezza equivalente una casa a tre piani», ha commentato Wetzel sul suo sito. Tuttavia, questo incidente lo scoraggiò al punto che decise di abbandonare il progetto e di scappare dall’Est in un altro modo.

Una lotta contro il tempo, prima che la Stasi li scoprisse

Ma Strelzyk non si arrese. A giugno del 1979 decollò insieme alla sua famiglia nel cuore della notte. Si avvicinarono al confine con la Germania dell’Ovest, ma furono costretti ad effettuare un atterraggio di emergenza nella zona militarizzata. Riuscirono a tornare a casa, ma dovettero abbandonare la mongolfiera, che avrebbe potuto essere trovata dalla Stasi, la polizia di stato.
Quando Wetzel venne a sapere dell’accaduto, capì di essere anche lui in pericolo. Se la polizia avesse scoperto i suoi piani di fuga, sarebbe stato sicuramente arrestato, i figli assegnati ad altre famiglie più fedeli al regime. Ecco perché non appena Strelzyk si presentò da lui per chiedergli di costruire insieme una nuova mongolfiera, Wetzel accettò. E questa volta dovevano riuscirci a tutti i costi.

Finalmente, la notte della fuga.

Avevano i giorni contati. Comprare troppa stoffa tutta insieme avrebbe attirato le attenzioni della Stasi, quindi gli Strelzyk e i Wetzel girarono tutto il paese per procurarsi i materiali necessari, per poi cucirli giorno e notte. In cinque settimane il nuovo aerostato era pronto e la notte tra il 15 e il 16 settembre le famiglie salirono a bordo e decollarono. Non tutto filò liscio: parte del telo aveva prese fuoco e si era formò un enorme buco. Eppure la mongolfiera saliva sempre più nel cielo, fino a un’altezza di 2000m. Faceva freddo, 8 gradi sotto zero, e attorno a loro c’era solo il buio della notte. Non si poteva controllare la rotta, era solo il vento a decidere la direzione. Tra l’equipaggio regnava il silenzio: tutti stavano cercando di mantenere la calma. Dopo 30 minuti di volo, il gas del bruciatore si esaurì e la mongolfiera iniziò a precipitare. Atterrò sulla foresta sottostante, per fortuna nessuno si fece troppo male. Si sforzarono quindi di camminare verso la strada, dove si stava avvicinando una macchina della polizia… della Germania dell’Ovest.
Ce l’avevano fatta.

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Immagine di copertina: Mongolfiera Foto di Pascal Laurent da Pixabay

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