Come un italiano si innamora della Germania: il bellissimo discorso di Luigi Reitani premiato con l’Ordine al merito della Repubblica Federale di Germania

La Bundesverdienstkreuz (“Croce al merito federale”) è una delle massime decorazioni tedesche fin dalla sua istituzione, 1951. Viene assegnata per meriti acquisiti nel servizio del paese e della collettività, in ambito economico, sociale o culturale.

Lo scorso lunedì 19 ottobre a Roma, Luigi Reitani, germanista, critico letterario e professore universitario nonché ex Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, ha ricevuto l’Ordine al merito (Bundesversdienstkreuz) della Repubblica Federale di Germania conferito dal Presidente Frank-Walter Steinmeier e lì rappresentato dall’Ambasciatore tedesco nella capitale italiana Viktor Elbling. Luigi Reitani al momento divide la sua vita tra Berlino e l’Italia dove è ordinario di letteratura tedesca all’Università di Udine. Tra i suoi progetti editoriali più importanti segnaliamo “Prose, teatro, lettere”, traduzione delle opere di Hölderlin della collana I Meridiani della Mondadori. Pubblichiamo qui, prima in italiano e poi in tedesco,  il suo discorso di ringraziamento.

Il testo di ringraziamento di Luigi Reitani in italiano

Eccellenza,

gentile Ambasciatore Viktor Elbling,
gentili signore e signori,
care amiche e amici,
durante la mia infanzia e giovinezza non ho mai avuto un contatto diretto né con la Germania, né con la sua lingua e cultura. Come ogni altro europeo della mia generazione ero piuttosto attirato dalla cultura pop britannica e americana. Al di fuori delle frontiere nazionali c’erano per me i Rolling Stones e Bob Dylan, il cinema di Hollywood e Jack Kerouac, non Goethe e Schumann. D’altra parte, molto presto ho ascoltato i miei genitori raccontare della Germania e dei tedeschi. Si trattava, come ci si può immaginare, di racconti di guerra. Appena laureato in medicina, mio padre era stato destinato a prestare servizio in un ospedale militare a Trieste, dove lavorava insieme a colleghi tedeschi. Mia madre parlava di militari tedeschi stanchi e impauriti in ritirata dalle città dell’Italia centrale. Con i tedeschi, così pensava il bambino, dovevano esserci stati dei problemi. Perché si trovavano in Italia durante la guerra e perché si erano dovuti ritirare? Da che parte stavano? E da che parte stavamo noi italiani? Questo non mi veniva spiegato, neppure a scuola, e ho avuto bisogno di molto tempo per venirne a capo. Nel frattempo il bambino aveva conosciuto i tedeschi in vacanza sul lago di Garda. Parlavano una lingua incomprensibile e sembravano allegri.
Questa naturalmente non era ancora una buona ragione per imparare il tedesco. Ciò è avvenuto solo all’Università di Bari, dove volevo studiare letteratura italiana. I miei interessi si indirizzavano anche alla filosofia e alla musicologia. Al primo anno di corso ho letto l’Estetica di Hegel e la Dialettica dell’Illuminismo di Adorno e Horkheimer, in traduzione italiana, si intende, ma senza capirci molto lo stesso. Che al secondo anno di corso mi sia deciso a studiare letteratura tedesca si deve un po’ al caso e molto alle qualità didattiche di Giuseppe Farese, ordinario della materia, che teneva le sue lezioni in forma seminariale per un piccolo gruppo di appassionati. Nel suo studio universitario si accendeva la pipa e noi potevamo discutere di Thomas Mann, Franz Kafka e della letteratura del fine secolo. E anche di Nietzsche, di cui in quegli anni Giorgio Colli e Mazzino Montinari pubblicavano l’edizione critica.
Dopo essermi laureato discutendo con lui una tesi su Arthur Schnitzler, Farese mi spedì a Monaco di Baviera, perché imparassi davvero, come mi disse, il tedesco. Il clima della città universitaria mi affascinò subito. In una libreria di Schwabing acquistai una particolare edizione in cofanetto delle opere di Hölderlin, pubblicata dalla casa editrice Insel. Tredici anni e alcune stazioni di vita dopo ho ricevuto l’incarico di tradurre in tedesco le sue poesie. Questo lavoro ha cambiato la mia vita e ha contribuito a far sì che mi recassi spesso in Germania, entrando in frequente contatto con i tedeschi. Insieme alla mia famiglia ho trascorso due estati a Marbach. Mentre io facevo ricerche nell’Archivio Nazionale della Letteratura Tedesca, le mie figlie e mia moglie frequentavano le piscine all’aperto nei dintorni. A Tubinga ho fatto parte per dodici anni dell’Ufficio di Presidenza della Società letteraria dedicata a Friedrich Hölderlin. A Stoccarda sono diventato frequentatore abituale della Biblioteca del Land. A Friburgo ho tenuto un seminario sulla poesia italiana in traduzione tedesca. A Berlino ho ricevuto una borsa di ricerca del Servizio Tedesco per lo Scambio Accademico. A Francoforte sul Meno sono diventato membro del Consiglio Scientifico del Freies Deutsches Hochstift, la fondazione che gestisce la casa natale di Goethe e il costituendo museo del Romanticismo. Convegni e inviti a tenere conferenze mi hanno dato modo di visitare numerose città della Germania. Si è così sviluppata un’ampia rete di relazioni scientifiche e di amicizie personali. Sempre meglio e sempre più ho avvertito come la cultura italiana e quella tedesca siano intrecciate tra loro e come siano entrambe parti costitutive della comune cultura europea.
Queste esperienze mi sono state assai utili quando sono stato chiamato a dirigere l’Istituto Italiano di Cultura a Berlino. Sono stati quattro anni meravigliosi di crescita umana, in cui ho toccato con mano quanto sia straordinario l’interesse dei tedeschi per l’Italia. Non solo per il Paese “in cui fioriscono i limoni”, per il paesaggio meridionale e il patrimonio culturale, ma anche per il presente, per suoi problemi, per le opere che nascono adesso e per gli artisti che qui lavorano. Ed è questo sguardo dall’esterno che mi ha portato nuovamente a occuparmi delle opere della cultura italiana. Giacché è forse questa la prospettiva di cui abbiamo bisogno, quando ci mettiamo in cerca della nostra storia e ricerchiamo le nostre radici, non nel suolo, ma in cielo, dove esse in realtà si trovano, come afferma Dante nella Divina Commedia. “Ciò che è proprio”, scrive Friedrich Hölderlin in una celebre lettera a Casimir Ulrich Boehlendorff, “deve essere ben appreso come quanto ciò che estraneo”.

Gentile Ambasciatore Elbling,

la ringrazio nuovamente per questo alto riconoscimento che oggi mi viene conferito e che mi onora. Mi aiuterà a proseguire la mia attività di mediatore tra culture nella nostra Europa.

Il discorso di ringraziamento di Luigi Reitani  in tedesco

Sehr geehrter Herr Botschafter Elbling,

meine sehr geehrten Damen und Herren,

liebe Freundinnen und Freunde,

mit Deutschland, mit seiner Sprache und Kultur hatte ich in meiner Kindheit und Jugend keinen direkten Kontakt. Wie jeder andere Europäer meiner Generation wurde ich vielmehr von der britischen und amerikanischen Popkultur angezogen. Das Fremde, das waren für mich die Rolling Stones und Bob Dylan, die Hollywood-Filme und Jack Kerouac, nicht Goethe oder Schumann. Allerdings hörte ich sehr früh, was meine Eltern von Deutschland und von den Deutschen erzählten. Es waren, wie man sich vorstellen kann, Kriegserzählungen. Als frisch gebackener Arzt hatte mein Vater in einem Militärkrankenhaus in Triest gedient und zusammen mit deutschen Kollegen gearbeitet. Meine Mutter sprach von müden und verängstigten deutschen Soldaten, die sich aus den Städten Mittelitaliens zurückgezogen hatten. Mit den Deutschen, so verstand das Kind, hatte es Probleme gegeben. Warum waren sie während des Kriegs in Italien gewesen und warum hatten sie sich zurückziehen müssen? Auf welcher Seite hatten sie gestanden? Und auf welcher wir selbst? Das wurde mir nicht erklärt – auch in der Schule nicht – und ich brauchte lange Zeit, um mir Klarheit zu schaffen. Indes hatte das Kind am Gardasee die Deutschen als Urlauber kennengelernt. Sie sprachen eine unverständliche Sprache und wirkten fröhlich.

Das war aber noch kein Grund, um Deutsch zu lernen. Das geschah erst an der Universität Bari, wo ich Italianistik studieren wollte. Meine Interessen richteten sich noch auf die Philosophie und auf die Musikwissenschaft. Als Studierender im ersten Semester las ich Hegels Ästhetik und die Dialektik der Aufklärung von Adorno und Horkheimer, selbstverständlich in italienischer Übersetzung. Trotzdem verstand ich davon sehr wenig. Dass ich mich dazu entschloss, im dritten Semester als Nebenfach deutsche Literatur zu wählen, verdanke ich dem Zufall und den didaktischen Fähigkeiten von Giuseppe Farese, dem Ordinarius für deutsche Literatur, der seine Lehrveranstaltung seminarartig mit einer kleinen Gruppe von leidenschaftlich Interessierten hielt. In seinem Studierzimmer am Institut zündete er sich seine Pfeife an und wir konnten über Thomas Mann, Franz Kafka und die Literatur der Jahrhundertwende debattieren. Und auch über Nietzsche, dessen kritische Ausgabe damals von Giorgio Colli und Mazzino Montinari herausgegeben worden war.
Nachdem ich bei ihm über Arthur Schnitzler promoviert hatte, schickte mich Farese nach München, damit ich wirklich Deutsch lernen könne, wie er sagte. Das Leben der deutschen Universitätsstadt faszinierte mich sofort. In einer Buchhandlung in Schwabing kaufte ich mir eine Sonderausgabe der Werke Hölderlins in vier Bänden. 13 Jahre und einige Lebensstationen später bekam ich den Auftrag, seine Lyrik ins Italienische zu übersetzen. Diese Arbeit hat mein Leben verändert und dazu beigetragen, dass ich immer wieder nach Deutschland und mit Deutschen in Kontakt kam. Mit meiner Familie verbrachte ich zwei Sommer in Marbach: Während ich im Deutschen Literaturarchiv recherchierte, besuchten meine Töchter und meine Frau die freien Schwimmbäder in der Umgebung. In Tübingen war ich 12 Jahre lang im Vorstand der Hölderlin-Gesellschaft. In Stuttgart wurde ich Stammgast der Landesbibliothek. In Freiburg hielt ich ein Seminar über italienische Lyrik in deutscher Übersetzung. In Berlin bekam ich ein Forschungsstipendium des DAAD. In Frankfurt am Main wurde ich zum Mitglied des wissenschaftlichen Beirats des Freien Deutschen Hochstifts ernannt. An mehreren Orten wurde ich zu Tagungen und Vorträgen eingeladen. Es entstand ein weites Netz von wissenschaftlichen Beziehungen und menschlichen Freundschaften. Ich fühlte immer wieder von Neuem und immer besser, wie die italienische und die deutsche Kultur miteinander verknüpft sind, und wie sie eigentlich Bestandteile einer gemeinsamen europäischen Kultur sind.
Diese Erfahrungen kamen mir zugute, als ich berufen wurde, das italienische Kulturinstitut in Berlin zu leiten. Es waren vier wunderschöne und bereichernde Jahre, in denen ich erlebte, wie außerordentlich das Interesse der Deutschen an Italien ist. Nicht nur für das Land, wo die Zitronen blühen, für die südliche Landschaft und für das Kulturerbe, sondern auch für die Gegenwart, für seine Probleme, für die Werke, die hier entstehen und für die Künstler, die hier arbeiten. Und es war dieser Blick von außen, der mich dazu führte, mich wieder mit den Werken der italienischen Kultur zu beschäftigen. Denn vielleicht brauchen wir diese Perspektive, wenn wir auf der Suche unserer eigenen Geschichte sind und unsere Wurzeln nicht im Boden, sondern im Himmel suchen, wo sie sich – so Dante in der Göttlichen Komödie – auch befinden. „Das Eigene“ – hat Friedrich Hölderlin in einem berühmten Brief an Casimir Ulrich Boehlendorff geschrieben – „muss so gut gelernt sein, wie das Fremde“.

Sehr geehrter Herr Botschafter Elbling,

ich danke Ihnen vielmals für diese hohe Auszeichnung, die mir heute verliehen wird und die mich sehr ehrt. Sie wird mir weiterhelfen, meine Tätigkeit als Kulturvermittler in unserem Europa fortzusetzen.

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