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Come il calcolo dei decessi di Berlino ci mostra che anche la Germania non fa differenze tra morti “di” e “con” Coronavirus

Da settimane si accusa la Germania di avere un basso tasso di mortalità a causa di un diverso modo di conteggiare i decessi, una teoria che non trova conferma nell’attualità quotidiana

La Germania è un Paese attentissimo al rispetto della privacy. È una caratteristica che affonda le sue ragioni sia nei secoli e nella sua anima protestante, che nella storia dell’ultimo secolo segnata da dittature prima nere e poi rosse, almeno in metà del paese. È per questo che, sia quando si parla di casi di cronaca nera che di Coronavirus, poco o nulla trapela dei protagonisti. Non c’è nessun programma tv o sezione speciale dei giornali che si sofferma su nomi e cognomi di chi muore, cosa facevano, chi lasciano o cosa avevano scritto su Fb prima di passare all’aldilà.

Perché possiamo usare Berlino come esempio del resto della Germania

Ad oggi Berlino calcola come decessi “di” Coronavirus 62 persone. Di ognuno vengono indicati normalmente solo sesso, età e quartiere di residenza. Tra di loro l’unico di cui si è avuta qualche informazione in più più poiché “famoso” è Jörn Kubicki, neurologo nonché storico compagno dell’ex sindaco Wowereit (quello di “Berlino è povera, ma sexy”). Aveva 55 anni e da anni viveva con una grave forma di Broncopneumopatia cronica ostruttiva. Ecco, lui, con una patologia pregressa, è considerato come morto “di” Coronavirus.

A metà marzo, prima delle restrizioni, un volontario ultra-ottantenne di una casa di Berlino, la Hermann Radke, organizzò una partita di bowling. È stato così che la struttura nei giorni successivi è diventata un focolaio del virus. Una volta scoperti i primi contagi, tutti sono stati messi in isolamento. Alla fine “solo” 23 dei circa 90 ospiti e 6 membri del personale sono stati trovati positivi. Di questi 6 – tutti ultra ottantenni – sono deceduti. Tra di loro c’è anche il volontario. Tutti, come ha confermato l’amministratore delegato della struttura, avevano patologie pregresse. Ciò non toglie che i 62 decessi cittadini di cui sopra ci siano anche loro, morti “di” Coronavirus.

Usare una bugia per non guardare in faccia la realtà

Il tasso di letalità da Coronavirus in Germania al momento del 2,5% contro il 12,8% italiano e il 6,22% mondiale. Se vi chiedete le ragioni, prima di pensare ad una diversa modalità di conteggio, forse bisognerebbe prima ricordarsi  che sono stati già fatti circa 2 milioni di tamponi (aumentando il numero dei contagiati ufficiali, diminuisce la percentuale di chi muore) e che il sistema sanitario riesce ancora a curare come si deve i casi gravi visto che i letti in terapia intensiva sono già 40mila, si lavora per arrivare a breve a 50mila, e salvo qualche eccezione, non sono pieni come dimostra questa mappa interattiva in cui potete vedere come se la cava ogni ospedale del Paese. Sì, i tedeschi tengono alla privacy, ma quanto a trasparenza di alcune informazioni sono eccezionali.

Certo, anche in Germania tanti decessi da Coronavirus non sono calcolati come tali  ci sono ospedali e medici che a volte si comportano in maniera incoerente, ma pensate davvero che gli altri Paesi siano così perfetti nei calcoli? L’Italia è stata perfetta nei calcoli finora?

Continuare a credere che la Germania stia attuando a livello sistemico un diverso conteggio dagli altri Paesi è una grande bugia. Del resto che non sia così lo conferma anche il Robert Koch Institut che non ci siano differenze tra decessi “di” e “con” Coronavirus. È una menzogna comoda per il morale, ma prima o poi, da italiani, dovremmo cercare di trovare risposte reali. Anche perché è quello l’unico punto di partenza possibile per ripartire.

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