Senzatetto

«Io, senzatetto a Berlino, vittima del circolo vizioso: senza casa, niente lavoro. Ma sono ottimista»

Cosa significa vivere senza fissa dimora a Berlino: il racconto di Dario Dolmen da uno degli angoli più anonimi, eppure pregni di vita, di Moabit

Un caldo sole filtra tra i rami disegnando forme geometriche in continuo movimento illuminando l’incrocio formato dall’intersezione di Wittstockerstraße e Rostockerstraße, zona Moabit di Berlino Qui si trova la Warmer Ottoassociazione che offre uno spazio ricreativo ai senzatetto di Berlino. Sembra poco, ma il suo ruolo nella zona è fondamentale. Ci sono circa una quindicina di persone sparse tra i quattro angoli formati dall’incrocio. Alcuni parlano polacco, altri tedeschi. Sono seduti sulle inferriate da aiuola che separano la terra per gli alberi dal marciapiede, altri sono in piedi lì intorno o nei pressi dell’unica panchina libera. Ce ne sarebbe un’altra lì davanti, ma ci sono seduti due ragazzi, Hans e Luis.  Abitano nei pressi del centro da diversi anni e conoscono molti dei senzatetto del centro e quando gli chiedo che pensino del centro hanno solo parole positive: «Per fortuna che c’è ed è frequentato. Se non ci fossero loro qui non passeggerebbe nessuno». A 50 metri di distanza c’è uno späti, il classico alimentari/drogheria berlinese aperto 24 ore sue 24. Compro otto Tyskie, conosciute birre polacche. Voglio usarle come aggancio. Attraverso la strada in diagonale raggiungendo la panchina occupata dal gruppo di ragazzi polacchi notato prima. Capiscono che sto andando da loro. Mi sorridono. Appena arrivo, prima ancora di presentarmi, uno di loro mi passa una canna. Rifiuto, ma per metterli a proprio agio sorrido e aggiungo una scusa: «Non con questo caldo!». Gli passo le birre. Uno di loro rifiuta indicandomi la sua già aperta. L’offerta di Tyskie però si rivela un’ottima scusa tanto che uno di loro ci chiede se le preferiamo alle birre tedesche. Faccio segno di sì con la testa. L’altro ragazzo aggiunge ad alta voce: «Anche le ragazze polacche sono migliori delle tedesche». Ridiamo tutti. 

Piazzetta senzatetto © Dario Dolmen

La piazzetta tra Wittstockerstraße e Rostockerstraße © Dario Dolmen

L’inizio dell’intervista

Uno di loro mi chiede di dove sono. La risposta gli piace: «Amo l’Italia, mio cugino fa il camionista e una volta mi ha portato con sé fino a Brescia». Gli chiedo se lo posso intervistare, accetta. Si chiama Jacek, ha 23 anni. «Mi piace questo centro, ma non lo frequento spesso. Ci vengo solo perché un paio di amici lo frequentano» mi dice mentre con i pollici indica i due ragazzi seduti ai suoi lati. L’amico alla sua destra mi chiede la birra che ha rifiutato poco fa. Mi dice che si chiama Jakub e ha trent’anni. È poco più giovane di me, ma ne dimostra parecchi di più. Ritorno a Jacek. «Quindi vieni qui ma non sei un senza tetto giusto?». «Più o meno, ora non ho una casa, dormo in cantiere. È comodo, sono molto fortunato, mi alzo poco prima di cominciare a lavorare ed è a due passi da qui». Sentire queste parole mi fa pensare a quanto la gente fortunata non riesca a dare il giusto valore a ciò che ha, mentre Jacek si sente fortunato a vivere in un cantiere vicino a uno spazio per senza tetto.

Trovare una casa senza un contratto di lavoro e viceversa

L’amico alla sua sinistra mi chiede del tabacco. Appoggio il block-notes e fumo una sigaretta con lui. Jacek è un ragazzo biondo con gli occhi di un azzurro molto scuro. Sarà alto all’incirca un metro e ottanta. Ha una barba di tre giorni. Indossa dei pantaloni grigi e una maglietta rossa con la bandiera del Canada sul petto. Sia i pantaloni che la maglietta e anche gli scarponi sono sporchi di cemento e vernice bianca. «Il tuo capo lo sa che dormi in cantiere?» «Sì, mi ha anche prestato il suo forno a microonde.» Jakub fa una battuta in polacco e tutti ridono. Jacek si gratta la testa con aria pensierosa e poi aggiunge: «Per ora mi permette di dormire qui perché non ho ancora trovato casa». «Problemi con i documenti?». «Certo, come per molti altri». Jackub si fa serio e mi chiede una sigaretta. Si vede che la situazione gli pesa molto anche se cerca di non farlo vedere. «È difficile trovare una casa se non hai un lavoro ed è difficile trovare un lavoro se non hai una casa». «Ma ora che un lavoro lo hai…». Sì, certo, ma fino a quando non avrò una residenza che posso registrare come stabile, oltre ad un conto in banca, non posso ottenere quei documenti necessari affinché il mio datore di lavoro possa assumermi regolarmente».

Senzatetto © Pexels CC0 

Tra cantiere, piazza e “casa”

Cambio argomento. «Mangi sempre da solo in cantiere dopo lavoro?». «Per fortuna no, diventerebbe troppo asfissiante non uscire mai da lì. Un paio di sere a settimana mangio e mi lavo da Kamil, un collega polacco. Altre volte, circa una volta ogni dieci giorni, mangio da Andreas, un collega tedesco sulla ventina, un bravo ragazzo». Ora l’umore di tutti è cambiato, persino il sole si è nascosto tra i rami dietro le nuvole. Mi sembra di aver rovinato l’atmosfera allegra e decido così di provare ad alleggerire la situazione. Ritorno a fare domande riguardanti l’associazione, ma vorrei tornare più tardi sull’argomento casa-lavoro. Gli chiedo in che momenti del giorno gli piaccia la “piazza”- «In genere durante la pausa pranzo se c’è il sole, ma vado più spesso quando stacco dal lavoro alle cinque del pomeriggio. Spesso l’associazione a quell’ora è già chiusa, ma durante le giornate più calde la gente si ferma più a lungo». 

L’amore ai tempi di una vita di strada

Intanto passa una signora sulla sessantina abbondante. Ha i capelli tinti di un arancione acceso, spinge una bicicletta con appese una miriade di buste e sacchetti di plastica piene di vestiti e oggetti da casa. La cosa ovviamente mi sorprende essendo la donna chiaramente una senzatetto. Jakub ridendo e versandosi della birra sui pantaloni mi dice che Jacek è innamorato di lei da tempo, ma non ha il coraggio di farsi avanti. Ridiamo tutti fragorosamente.

Alla ricerca di un futuro diverso

Nel frattempo beviamo dell’altra birra. «Vivo a Berlino da cinque mesi, i primi tre ho abitato con due miei connazionali, anzi, compaesani, veniamo da Jankowice, un paese non lontano da Poznan, quasi al confine con la Germania. All’inizio ho occupato un divano in camera di uno dei miei amici. Lui dopo quattro mesi è dovuto tornare in Polonia e lasciava la stanza. Il tedesco padrone di casa che non si vedeva quasi mai mi ha chiesto se volevo la stanza, ma non avevo abbastanza soldi per la caparra e l’affitto e quindi faccio questa vita da quasi un mese. Tra pochi giorni però prenderò la paga. Ho trovato una casa con altri ragazzi polacchi, uno di loro lavora con me. È perfetto». Sono contento che le vibrazioni siano nuovamente positive Mi sento di avere una discreta confidenza per cui gli chiedo se posso fargli una foto. «Preferisco di no fratello, se il capo la vede potrei rischiare il posto di lavoro con le cose che ti ho raccontato». Ci lasciamo con la promessa di rivederci in piazzetta al più presto con la speranza che quando accadrà Jacek avrà oltre che un vero contratto di lavoro anche un tetto sotto cui costruire la sua nuova vita a Berlino.

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Photo Cover: © Senzatetto Pixabay CC0

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